Home Cronaca Torre di Ligny, parla "la ditta"

Torre di Ligny, parla “la ditta”

Dopo il crollo di calcinacci di ieri, interviene Funaro che iniziò l’intervento di restauro

“Siamo stati sul mercato per 85 anni ed i nostri lavori di restauro sono sotto gli occhi di tutti; ad iniziare dallo Stabilimento Florio che, dopo 11 anni dalla consegna, è lì a dimostrarlo.” A parlare è Pietro Funaro, che è stato titolare, assieme al padre, della storica impresa di costruzioni di Santa Ninfa, paese d’origine della famiglia. Una azienda che poi si era estesa, con i lavori, a tutta l’isola, tanto da fargli ricoprire il ruolo di vice presidente Sicilia dell’Ance, l’associazione di categoria. In una dettagliata risposta ad un utente sul nostro post che commentava, comprensibilmente amareggiato, lo sgretolarsi della facciata di uno dei luoghi simbolo di Trapani. L’esecuzione dei lavori di Torre di Ligny, scrive Funaro, “ci venne sollecitata dall’architetto Misuraca – ed anche con un certa “pressione” del sindaco Damiano che aveva fatto finanziare l’importo..-, allora Soprintendente ai Beni Culturali, che aveva diretto i lavori a Favignana”, potendo appurare sul campo, dunque, la bontà, della nostra professionalità. Questo, nonostante “l’esiguità dell’importo del valore di 32 mila euro, poi ridotti ad appena 22 mila grazie ad una perizia di variante condivisa – strano ma vero, visto che generalmente sono “in aumento”…- per delle spese superflue che non avemmo difficoltà a segnalare” per far risparmiare le casse pubbliche su dei modesti lavori di restauro. Tuttavia, com’è noto, dopo circa due mesi dall’inizio dei lavori, il 5 agosto 2014 avvenne il sequestro della magistratura della Funaro Srl ed i lavori si interruppero. Ferie e lungaggini burocratiche li fecero riprendere “dopo diversi mesi, a fine ottobre, quando, invece, restavano appena 7 giorni per la consegna definitiva del restauro; si ultimarono – quindi con notevole ritardo e tutti i fattori aerobici del caso…- le opere residuali, quali il prospetto e le relative finiture finali”. Insomma, Funaro, non ci sta “a piangere l’incompetenza di altri” facendo notare che, probabilmente, “dopo tanti mesi si poteva essere depositato del sale marino sullo strato di fondo e sarebbe necessitata una desalinizzazione prima di passare la relativa finitura finale.”  Così, ieri, l’intervento dei Vigili del Fuoco che hanno proceduto a rimuovere le parti pericolanti della Torre. Per i Funaro, invece, l’odissea giudiziaria non è ancora terminata: il Tribunale delle Misure di Prevenzione, in primo grado, ha stabilito la confisca nonostante molti dissequestri già disposti ai Funaro, figlio e padre, Domenico -venuto a mancare qualche tempo fa- “riabilitato” visti i casi di omonimia accertati nel procedimento, così come del figlio Pietro che non è stato neanche indagato penalmente negli anni, “senza ricevere mai un avviso di garanzia, anzi denunciando – pubblicamente ed alle Forze dell’ordine –  tanti episodi di furti ed attentati incendiari.” Adesso, si attende l’appello a Palermo con la prossima udienza fissata il 30 settembre per poi giungere alla discussione finale e la sentenza. Nel frattempo, dopo 85 anni di vita, gli aministratori giudiziari, due anni fa, hanno messo in liquidazione l’azienda per “assenza di commesse”. Insomma, l’ennesimo caso del “bello dei beni sequestrati” tanto sbandierato nei convegni dell’associazionismo antimafia praticante…,nel frattempo, la facciata di uno dei beni culturali più identitari del territorio, dopo appena 4 anni, è da rifare. Ed ancora una volta, c’è da scommeterci, saremo noi cittadini a pagarlo.  

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