Cento giorni da Prefetto, senza i poteri speciali che il Governo dell’epoca gli garantì, senza mai conferirglieli, per darli poi, tardivamente, al suo successore. Carlo Alberto Dalla Chiesa fu nominato Prefetto di Palermo il 6 aprile 1982. Come in una tragica risposta della mafia, il giorno del suo insediamento in prefettura, il 30 aprile, fu assassinato il segretario del Partito Comunista siciliano, Pio La Torre, che fu tra coloro che ne avevano sostenuto la nomina. Dalla Chiesa fu assassinato qualche mese dopo, in via Isidoro Carini il 3 settembre 1982, poco dopo le 21. Viaggiava sulla sua A112, condotta dalla moglie Emanuela Setti Carraro. Furono affiancati da una BMW, dalla quale partirono alcune letali raffiche di Kalashnikov. L’agente di Polizia Domenico Russo, scorta del prefetto Dalla Chiesa, che lo seguiva sulla vettura di servizio, fu affiancato da una moto, dalla quale partì un’altra micidiale raffica. Russo, ferito gravemente, morì dopo 12 giorni in ospedale. Per l’eccidio di via Carini furono condannati all’ergastolo come mandanti i vertici di Cosa Nostra: Totò Riina, Bernardo Provenzano, Michele Greco, Pippo Calò, Bernardo Brusca, Nenè Geraci. Ben oltre le ricostruzioni giudiziarie rimane la realtà storica, amara, del senso di isolamento che Dalla Chiesa denunciò con forza e coraggiosamente in una intervista rilasciata a Giorgio Bocca: «Mi mandano in una realtà come Palermo con gli stessi poteri del prefetto di Forlì, se è vero che esiste un potere, questo potere è solo quello dello Stato, delle sue istituzioni e delle sue leggi, non possiamo delegare questo potere né ai prevaricatori, né ai prepotenti, né ai disonesti».