Le tre domande della domenica

Ospite oggi della nostra rubrica è Beatriz Borges. La sua lettera di addio a Trapani e la Sicilia, in pochi giorni è diventata un caso mediatico.

La tua lettera, che ha diviso l’opinione pubblica, ha scosso un po’ le coscienze dei trapanesi. E li ha indotti a riflettere. Da dove e come nasce questo tuo sfogo di addio?

L’ho scritta dopo aver avuto una conversazione con un’altra mamma a Siena, che mi raccontava l’impegno dei genitori per portare cibo a km zero alla mensa, mentre a Trapani invece si mette ancora in discussione la necessità di un servizio importante per i bambini e le famiglie. Il mio sfogo è nato come una lettera d’addio, spiegando le ragioni per cui me ne sto andando e le cose che non sono cambiate e nemmeno io sono riuscita a cambiare in questi quasi otto anni in cui ho abitato qui. Ovviamente ci sono anche le mie aspirazioni personali e di carriera, che hanno indotto la mia scelta, ma oltre quelle, mancano i servizi essenziali che permettano alle famiglie di andare avanti.

Qualcuno ti ha accusato di arrendevolezza; forse, si dovrebbe combattere per cambiare la mentalità di una città. Rimanere e non trasferirsi. Cosa ne pensi?

Il titolo della lettera era ‘Trapani, mi arrendo’, giustamente perché non ho più voglia di combattere se qui non trovo nemmeno quello che considero il minimo. Quando si parla di violenza di genere, ad esempio. Non è perché mio marito non mi picchia che non difenderò la causa a nome di altre donne. Quando parliamo di istruzione, non è perché conosco insegnanti che amano quello che fanno o perché i miei figli hanno insegnanti speciali che smetterò di lamentarmi della situazione scolastica della città in cui vivo. Il fatto che io non identifichi certe cose all’interno della mia sfera privata non significa che non esistano al di fuori. Ed è di questo che parlo nella mia lettera, generalizzo proprio per provocare un dibattito che, a mio avviso, non si tiene molto spesso, o almeno non abbastanza spesso da portare a un cambiamento. Non è perché “è sempre stato così” che deve continuare ad essere così.

In 8 anni, qui a Trapani, hai sicuramente imparato ad apprezzare i trapanesi e il territorio. Avrai allargato le tue amicizie ed interagito con nuovi costumi e usanze. Quanta “trapanesità” c’è in te?

Mi ricordo ancora il giorno in cui le donne della famiglia di mio marito mi hanno insegnato a preparare il couscous, quando nemmeno parlavo italiano, e tanti altri momenti condivisi della tradizione trapanese che porterò sempre con me. Qui io mi sono sentita integrata, amata, voluta e sono stati anni felici, nonostante le difficoltà economiche che ho dovuto affrontare. Porterò questi amici nel cuore, perché se sono la persona che sono oggi è anche grazie a loro.