Aborto in Sicilia: Roma impugna la legge regionale

Approvata a maggio dall’ARS, la legge regionale 23 del 2025 introduceva l’obbligo per gli ospedali siciliani di assumere personale medico non obiettore per garantire l’accesso all’interruzione volontaria di gravidanza. Una risposta a un problema concreto, segnalato dai dati del Ministero della Salute. Ma il Consiglio dei Ministri ha deciso di impugnare la norma, ritenendola incostituzionale.

Il Governo contesta la presunta violazione dell’articolo 117 della Costituzione: secondo Fratelli d’Italia, la legge avrebbe negato il diritto di obiezione e violato i criteri di parità nei concorsi pubblici. «L’obiezione di coscienza è libertà morale e intellettuale» — hanno dichiarato Raoul Russo e Carolina Varchi — «e in Sicilia non ci sono problemi di applicazione della legge 194».

Ma dai dati emerge un’altra verità: in Sicilia l’81% dei ginecologi è obiettore, con punte oltre il 90%. Secondo i dati del Ministero della Salute, nell’isola solo il 47,3% degli ospedali con ostetricia o ginecologia assicura il servizio, contro una media nazionale del 61,1% Una realtà che, secondo il deputato regionale del PD Dario Safina, nega di fatto alle donne un diritto sancito dalla legge.
“Non si può predicare la libertà di scelta e poi non assicurare i mezzi per esercitarla”.

E se da un lato la legge 194, in vigore da quasi mezzo secolo, riconosce la libertà di scelta, dall’altro troppe donne in Sicilia vivono ancora un diritto dimezzato, costrette a spostarsi di provincia o a rinunciare per mancanza di medici disponibili.

Per Safina, l’impugnativa del Governo è «un atto ideologico» e annuncia battaglia fino alla Corte Costituzionale.
Il caso non è solo giuridico. È culturale. È politico. È profondamente femminile.

di Valeria Marrone