Una tragedia da non dimenticare

396

L’affondamento dell’Espresso Trapani, avvenuto il 29 aprile 1990, al centro della pagina dell’approfondimento di oggi.

Il prossimo 29 aprile sarà il 29esimo anniversario del naufragio dell’Espresso Trapani, avvenuto a poche miglia dallo scoglio dei Porcelli, proprio davanti il porto della città. Dove quel giorno si festeggiava San Francesco di Paola. Protettore dei marittimi e di chi va per mare. Il traghetto che copriva la linea con Livorno trasportando camion. In quella tragedia morirono 13 persone. Ma i cadaveri recuperati furono 6. Gli altri setti sono rimasti dispersi. Il mare non ha mai restituito i loro corpi. Si tratta di una tragedia che allora segnò la comunità trapanese. Ma oggi sembra sempre più essere caduta nel dimenticatoio. Quella data, che evoca una giornata molto triste per Trapani, purtroppo non viene ricordata per come si dovrebbe. In una città da sempre legata a mare e proiettata verso il mare non si può non tenere viva la memoria di quegli uomini che non sono più tornati a casa dalle loro famiglie. Anche lanciando una corona di fiori nelle acque del Mediterraneo e dicendo ad alta voce i loro nomi. Per ricordare. Per non dimenticare. 

Negli ultimi anni non sono state organizzate cerimonie pubbliche. Nemmeno per il 25esimo dall’affondamento. Nel 2011, a 21 anni dalla tragedia, ci fu una messa nella chiesa di San Francesco di Paola. Ci fu anche un servizio trasmesso nel Tg della nostra emittente. Poi nient’altro. In città non c’è neanche una piazza o una via intitolata alle vittime del naufragio dell’Espresso Trapani. Ma quasi trent’anni dal quel tristissimo episodio forse si può raddrizzare la barra. E fare qualcosa per tenere viva la memoria delle vittime dell’Espresso Trapani. Magari si potrebbe intitolare lo slargo che si trova davanti al Lazzaretto, dove tra l’altro anticamente c’è il mare. Quel mare che 29 anni fa si prese tredici vite ed una nave di duemila e cinquecento tonnellate di stazza. La zona del Lazzaretto è la parte della città, dalla terra ferma, più vicina al punto dove si trova, nel fondo del mare, il relitto del traghetto. Il punto più alto, con la migliore prospettiva, è proprio davanti l’ingresso dal Lazzaretto. Anche questo slargo si presterebbe quale luogo della memoria. Affacciandosi proprio davanti il mare in cui navigava l’Espresso Trapani. Si potrebbe, perché no, anche realizzare una piccola opera al centro del piazzale del porto peschereccio che guarda verso la Colombaia e lo scoglio Palumbo. Con il suo faro. Qui potrebbe sorgere un monumento dedicato a quei morti. Qualcosa di sobrio. Anche un blocco marco o altro materiale con incisi i nomi di chi morì in mare nel mare di Trapani quel pomeriggio del 29 aprile del 1990. Facendo una piccola aiuola con piante e fiori attorno. E delle panchine. Sarebbe anche un modo, oltre per ricordare quella tragedia del mare, per dare identità al grande piazzale tra il porto peschereccio, Villino Nasi e la Colombaia frequentato ogni giorno da tantissimi trapanesi. Una zona bellissima ma dove spesso bisogna fare i conti col degrado, con i rifiuti a pochi metri dal mare. Davanti alla Colombaia ed allo specchio d’acqua che si apre sulle Egadi. E vetro sparso qua e là. L’intitolazione alle vittime dell’Espresso Trapani sarebbe anche un modo per spianare la strada alla valorizzazione dell’area. Oltre che per ricordare chi, imbarcato sul quel traghetto, non ha fatto più ritorno a casa.

L’Espresso Trapani colò a picco a quattro miglia dal porto, tra l’isola di Formica e lo scoglio dei Porcelli.Il traghetto era quasi arrivato a destinazione. Mancava meno di mezz’ora alle operazioni di attracco dopo avere attraversato il Tirreno. Ma venne risucchiato dal mare, quel giorno piatto come l’olio, in meno di 20 minuti. Sul posto arrivarono subito i soccorsi. E questo permise di salvare molte vite. Il May Day venne lanciato alle 17. Ma alle 17.17 dall’aliscafo Botticelli, che da Favignana fece subito rotta verso il punto del naufragio, comunicarono di non vedere alcuna nave tra l’isola di Formica e lo scoglio dei Porcelli. L’Espresso Trapani non c’era più. Quel pomeriggio, oltre ai mezzi della Capitaneria e tutte le altre unità di soccorso, uscirono in mare a tutta manetta i pescherecci trapanesi per recuperare i naufraghi. Il prima possibile. In 39 riuscirono a salvarsi. Fu una giornata tremenda per Trapani, che visse la sua peggiore tragedia del mare. Sicuramente degli ultimi 50 anni. La ferita è ancora aperta. Molte famiglie continuano a piangere i loro cari. Per di più senza avere una tomba dove potere portare un fiore.

Le vittime furono in tutto 13. Ma solo sei cadaveri vennero recuperati dal mare per essere portati a terra e trovare degna sepoltura. A bordo del traghetto, che quel pomeriggio del 29 aprile del 1990 tornava da Livorno con il suo carico di camion e vite, c’erano in tutti 52 persone, di cui 18 componenti di equipaggio e 34 passeggeri. Tra le 13 vittime ci fu anche il comandante Leonardo Bertolino, al suo ultimo viaggio prima della pensione. Affondò con la sua nave. Nell’elenco dei dispersi c’è anche il direttore di macchina Gaspare Conticello. Il suo corpo non venne mai recuperato, come quello del comandante e di altre cinque persone. Forse rimasti intrappolati dentro le cabine o in chissà quale parte dello scafo, oggi adagiato sul fondale a circa centro metri di profondità. Vicino al Maraone. Coricato sul suo fianco destro. A nulla servirono le operazioni di ricerca condotte dai sommozzatori della Marina Militare. Quei corpi non furono mai recuperati. Sull’Espresso Trapani c’era anche la moglie del comandante Bertolino, Rosa Adragna, tra i sei morti del naufragio che furono invece recuperati. 

Il prossimo anno saranno trent’anni da quella terribile tragedia, che oggi sembra sempre più dimenticata.Ma c’è ancora tempo per rimediare. Trapani non può dimenticare le vittime dell’Espresso Trapani. A poco più di un anno dal trentennale del 2020 si può “provare” ad individuare una piazza o una via dove appendere anche una targa. O fare un monumento alla memoria. Meglio se vicino al mare di Tramontana. Intanto già quest’anno si potrebbe avviare l’iter per dedicare un angolo della città a quelle persone. E tra poco più di un mese e mezzo dare un primo segnale organizzando una semplice cerimonia per ricordare chi non è riuscito a salvarsi restando intrappolato nel relitto. Anche lanciando un semplice fiore in mare. Che può significare davvero tanto se è fatto in nome e per conto dell’intera comunità trapanese.

Mario Torrente