Questa mattina Mazara del Vallo si è stretta nel dolore e nel silenzio attorno al feretro della professoressa Maria Cristina Gallo, 56 anni, diventata in questi ultimi mesi il simbolo di una battaglia contro la malasanità e per il diritto alla vita. Una folla commossa ha riempito la cattedrale per l’ultimo saluto a una donna che ha saputo trasformare la sofferenza in impegno civile, la malattia in testimonianza.
Un lungo applauso ha accolto l’ingresso della bara, accompagnata dai ragazzi diversamente abili del laboratorio creativo Unitalsi, dove Maria Cristina aveva scelto di fare volontariato nell’ultimo anno della sua vita.
In prima fila, distrutti dal dolore, il marito Giorgio Tranchida, i due figli, la madre Rosa Maria Mauro, il fratello Santi e la sorella Brigida. Vicini, in un abbraccio simbolico e concreto, anche i sindaci di Mazara del Vallo, Salvatore Quinci, e di Campobello di Mazara, Giuseppe Castiglione. Ma a colpire, più di tutto, è stata la presenza silenziosa della gente comune: studenti, colleghi, amici, cittadini. Una comunità che si è riconosciuta nelle parole e nella dignità di una donna che ha saputo alzare la voce quando sarebbe stato più facile chiudersi nel dolore.
Maria Cristina Gallo non era solo un’insegnante. Dopo un intervento chirurgico eseguito nel 2023, attendeva l’esito dell’esame istologico. Il referto arrivò solo otto mesi dopo, nell’agosto del 2024. Troppo tardi: il tumore, ormai, si era diffuso in più organi. Un ritardo imperdonabile, che le ha strappato via la possibilità di lottare davvero.
Con lucidità e coraggio, fu lei stessa a denunciare tutto. Lo fece senza rabbia, ma con la forza di chi sa che il proprio dolore può servire a salvare qualcun altro. E le sue parole diventarono un faro, accendendo l’attenzione mediatica e politica su un caso che ora è al vaglio della Procura di Trapani. Dieci i medici indagati, con ipotesi che vanno dall’omissione di atti d’ufficio al concorso in lesioni colpose. L’inchiesta è ancora in corso, ma il grido di Maria Cristina ha già lasciato un segno profondo nella coscienza collettiva.
Oggi resta una sola certezza: la professoressa è diventata il volto e la voce di una battaglia di civiltà. E quella domanda sospesa, che oggi aleggiava tra le navate della cattedrale, pesa come un macigno: se l’esito dell’esame fosse arrivato in tempo, si sarebbe potuta salvare?


















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