CONTEmplando Conte? No, STOP!

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Riceviamo e pubblichiamo una riflessione sulla crisi economica provocata dal Coronavirus.

“L’unica soluzione è aspettare ancora un po’.
Dal 2005 ho intrapreso l’attività di ristorazione costituendo un sodalizio societario che di fatto ha rilevato il più antico e rinomato ristorante della mia città.
La mia vocazione ad includere, piuttosto che escludere,  ha sempre alimentato nuove aspettative nei servizi di ristorazione offerti ed aperture di nuove filiali in città e in località balneari vicine, per approdare successivamente nella capitale del commercio Italiano, Milano.
Sono stato sempre affine al pensiero di molti, che hanno fatto della produzione agroalimentare doc e di quella ittica Italiana la base di partenza per progettare e costruire un risultato ottimale.
Un risultato che soddisfi la curiosità culinaria, il palato e che valorizzi sempre quel sentimento patriottico  di una Italia che ha sempre insegnato qualcosa a tutto il mondo e che negli ultimi decenni invece ha mostrato troppa condiscendenza ad accettare i nuovi mercati delle cucine internazionali.
Questo è accaduto commettendo l’errore di portare pratiche e gusti all’interno del modus vivendi nazionale dimenticando che da sola la eterogenea ricchezza italiana ha originato il suo grande successo mondiale.
Sicuramente non dico nulla di nuovo per chi prova emozioni nella cultura specifica: ma credo che oggi più che mai, piuttosto che attendere con ansia di riprendere tutto com’era prima, ci si debba fermare e riflettere su quello che molti in passato hanno fatto nel campo della ristorazione. Solo per cercare un rating maggiore.
La prima riflessione è che spesso abbiamo offeso lo spirito ed i sentimenti di questa Nazione proponendo ai consumatori, all’insegna di certe contaminazioni che sono sembrate tanto più attraenti quanto estreme, risultati che hanno subordinato al mercato globale il valore delle radici della nostra terra: la pesca, l’agricoltura e l’allevamento, insieme con tutto ciò che merceologicamente ne deriva dalla sua trasformazione.
Le attività di produzione diretta artigianale e commerciale, e mi riferisco a tutto ciò che ha a che fare con il food che esso sia da strada che da ristorante blasonato, deve oggi riflettere se è stato necessario, e se lo sarà, continuare ad approvvigionarsi con i prodotti provenienti dal capo opposto del mondo rispetto al nostro.
Se questo non è rispettoso per la nostra nazionalità, e in più se dovesse essere rispettoso per la nostra salute, noi non lo dobbiamo più fare.
Oggi dobbiamo aspettare.
Solo aspettare la conclusione del COVID19 e dedicare il tempo che abbiamo a disposizione per costruire la nuova immagine di ristoratore, di padrone di casa che gode nell’intrattenere i propri ospiti commensali proponendo piatti sani nell’etica, nella morale, per la salute e per l’economia nazionale. E’ una immagine che in realtà abbiamo sempre voluto ma purtroppo abbiamo commesso l’errore di sentirci addosso lo stress della concorrenza globale, di non volere permettere di cedere ad essa. Ma cedere a cosa se adesso il risultato è sotto gli occhi di tutti?
Basta gamberi argentini, basta calamari del Sudafrica, basta tonno cinese, basta cozze filippine, basta polpi senegalesi, basta sale dell’himalaya, basta burro di arachidi o burro di cocco, basta frutta esotica.
Basta tutto questo, a meno che le filiere produttive non siano improntate a principi di sostenibile ragionevolezza: per la provenienza, per la convenienza, per le caratteristiche organolettiche e nutrizionali. A meno che il prodotto dunque non sia prevalentemente Italiano.
E che ognuno goda nel cibarsi di ciò che produce: questa nuova tendenza culturale potrebbe incrementare il vero turismo, gli spostamenti finalizzati alla vera conoscenza e al vero scambio di esperienze umane, i grandi viaggi intercontinentali. Si rafforzerebbero i sistemi di controllo dei transiti internazionali, semplificandoli e alleggerendo il mercato dei trasporti di merci inutili e garantendo a loro ed a noi l’autenticità del nostro essere.
Aspettare ancora un po’, proprio così!
È inaccettabile da imprenditore, perché noi imprenditori sembra che abbiamo la soluzione a tutto e sempre: ma oggi ci troviamo davanti un grande cartello stradale che ci dà lo stop ma che, sotto e scritto in piccolo, ci dice “rifletti bene prima di ripartire, fai autocritica e prospetta una inversione di tendenza”.
Inutile insistere nel mantenere le attuali consuetudini culturali e, sulla scorta della attuale esperienza,  reinventare la nostra attività con il deliver, ad esempio: la gente cerca il ristorante per riabbracciarsi, scambiare due chiacchiere tra amici, innamorarsi, fare dei pranzi di lavoro, scoprire gusti antichi o sconosciuti ed anche essere coccolati da noi.
Questo è il senso della vera inversione di tendenza.
Infine, alcune domande, la cui risposta è facile e chiara: perché le multinazionali si interessano di ristorazione italiana, perché le aziende di moda s’interessano di ristorazione italiana, perché gli indiani s’interessano di ristorazione italiana, perché perfino gli idraulici s’interessano di ristorazione italiana ?
Perché abbiamo generato un meccanismo perverso di consumi inutili e virtuali: di sensazioni fittizie, di emozioni false. Abbiamo generato un modello di ristorazione fondato sulla mistificazione e sulla falsità: la colpa è solo nostra
Quindi dobbiamo fermarci e prendere tutto il tempo necessario per riorganizzarci.
Magari con l’aiuto di uno Stato, attualmente confuso sugli argomenti di nostro interesse e che potrebbe recepire le giuste indicazioni con interesse perché troverebbe il modo di trarre vantaggio in termini di Prodotto Interno Lordo.”

Alessandro Corte Saporito
Taverna Paradiso Trapani