L’alluvione del 26 settembre a Trapani, poi gli allagamenti del 29 settembre e del 9 ottobre ancora nel capoluogo, infine il disastro di Salinagrande e di Misiliscemi di oggi. Sui social si rincorrono le attribuzioni di responsabilità e, ovviamente, l’amministrazione comunale è il primo indiziato. L’indice dei più punta decisamente contro il sindaco Tranchida, la sua giunta, i suoi assessori, i consiglieri, il personale tecnico, ingegneri, geometri, la protezione civile, la polizia municipale, fino all’ultimo dipendente, fino agli uscieri, se possibile. Facile. Di chi è la colpa? è però la domanda sbagliata. Per onestà intellettuale andrebbe declinata al plurale. Di chi sono le colpe?

Perché, non escluse quelle oggettive del Comune di Trapani, e quindi del sindaco pro tempore, ciascuno di noi ha la sua fetta di colpa. Una intera classe politica e dirigente dagli anni 50 ad oggi, facciamo salvi i millennials, ha lasciato che il nostro territorio finisse preda di imprenditori spregiudicati, palazzinari improvvisati, tecnici arruffoni, cittadini che in preda all’egoismo più bieco hanno solo pensato a costruire, costruire, costruire. Con la supina e interessata condiscendenza di organismi di controllo del territorio: genio civile, assessorato regionale territorio e Ambiente, consorzi di bonifica, autorità di bacino mai meglio individuate, assessorati all’urbanistica di diverse amministrazioni, polizie municipali e squadre di urbanistica colpevolmente distratte.

Un intero bacino idrografico, quello su cui si sviluppa gran parte del comune di Misiliscemi, otto frazioni di Trapani nel recente passato, è stato aggredito e cementificato. Un bacino che ricomprende i torrenti Verderame, Lenzi e Baiata e parte del fiume Birgi, la cui irreggimentazione delle acque è stata affidata al cemento. Solo che l’acqua, misteri della fisica, sul cemento scorre più veloce e violenta che su un letto naturale di terra e sassi. E quando esonda e tracima lo fa con la violenza e la velocità acquistata lungo il percorso. Ci sono interi nuclei abitati su aree, di diversi ettari, che in passato i torrenti allagavano naturalmente, per poi ritirarsi. Su quelle aree è stato possibile costruire: qualcuno lo ha fatto abusivamente (poi sanando), qualcuno con regolare autorizzazione e concessione edilizia.

Ma l’acqua e la natura se ne fregano delle carte bollate, delle commissioni edilizie, dei progetti farlocchi, del silenzio assenso, della burocrazia cieca, sorda e muta. L’acqua, quando vuole, si riprende il suo spazio e solo l’accorta, costante, quotidiana manutenzione di complessi sistemi di ingegneria idraulica possono contribuire a ridurre i danni. La verità è che paghiamo oggi il prezzo del disprezzo. Il disprezzo per il territorio, il disprezzo per l’ecologia che dovrebbe essere ecologia della terra, ecologia della natura, ma prima di tutto ecologia delle menti. Fino a quando avremo un rapporto distorto con la terra o, per dirla con Papa Francesco, con il creato, l’esito finale sarà sempre, prima o poi, un disastro. Come quello di oggi a Salinagrande.

Cercate un colpevole. Possiamo fare di più. Ve ne possiamo dare più di uno. Non siamo in grado di fare nomi, ma possiamo darvi alcune indicazioni anagrafiche. I colpevoli sono tutti i nati dal 1945 al 1999 e gli unici che si possono permettere di puntare l’indice accusatorio hanno meno di vent’anni o poco più.

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