«L’attentato di via D’Amelio venne concepito e messo in atto con brutale. disumanità. Paolo Borsellino pagò con la vita la propria rettitudine e la coerenza di uomo delle Istituzioni. Con lui morirono gli agenti della scorta. Emanuela r Lei, Agostino Catalano, Vincenzo Li Muli, Walter Eddie Cosina, Claudio Traina. La memoria di quella strage, che ha segnato così profondamente la storia repubblicana, suscita tuttora una immutata commozione, e insieme rinnova la consapevolezza della necessità dell’impegno comune per sradicare le mafie, per contrastare l’illegalità, per spezzare connivenze e complicità che favoriscono la presenza criminale. […] Onorare quei sacrifici, promuovendo la legalità e la civiltà, è un dovere morale che avvertiamo nelle nostre coscienze». Il messaggio del presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, ben rappresenta il diffuso sentimento degli italiani di fronte alle strategia stragista di Cosa Nostra.


A 29 anni dalla esplosione del 19 luglio 1992 rimangono però senza risposta troppe domande, come più volte hanno fatto osservare i familiari del giudice assassinato, per anni silenti ma da qualche tempo non più disposti a guardare una narrazione che perpetua molte menzogne. In primo luogo il fatto che, processualmente accertato, dopo l’attentato fu messo in piedi – il più articolato depistaggio della storia repubblicana.

In secondo luogo secondo i familiari di Borsellino fu posta poca attenzione al clima interno alla procura di Palermo, che lo stesso Borsellino ebbe a definire “un covo di vipere”, circostanza venuta alla luce molti anni dopo la strage, in occasione di testimonianze che ricostruirono il difficile rapporto tra lo stesso Borsellino e l’allora procuratore Pietro Giammanco.

Quelli, inoltre, furono anni in cui l’Italia era schiacciata tra le vicende di Tangentopoli e le vicende Siciliane di mafia e delle stragi e che non fu mai dettagliatamente approfondito il dossier dei carabinieri del ROS su mafia-politica-appalti pubblici. Inoltre appare incomprensibile, anche dal punto di vista della logica criminale, la decisione di Totò Riina di ordinare la morte di Borsellino a 57 giorni dalla strage di Capaci, inasprendo ancor di più la reazione dello Stato.

Dunque ci si chiede, quale urgenza mosse il capo dei capi per ordinare la morte di Borsellino? Secondo i familiari, i figli Fiammetta, Lucia e Tancredi, approfondire questi aspetti potrebbe contribuire a disvelare il castello di menzogne costruite sull’attentato di via d’Amelio.