Trent’anni fa i sicari di Cosa Nostra assassinarono a Palermo il giudice Paolo Borsellino con un’auto bomba in via d’Amelio. Nell’attentato persero la vita anche i poliziotti di scorta a Paolo Borsellino: Emanuela Loi, Agostino Catalano, Walter Cosina, Vincenzo Li Muli, Claudio Traina. Il ricordo del loro sacrificio non consente spazio alla retorica. Se non altro per la complessità della vicenda giudiziaria che ne è seguita con ben quattro processi e ripetuti tentativi di depistaggio, con i misteri legati alla scomparsa dell’agenda rossa del giudice Borsellino, e poi le reiterate denunce dei suoi familiari sul clima interno alla procura di Palermo, che lo stesso Borsellino ebbe a definire “un covo di vipere”, circostanza venuta alla luce molti anni dopo la strage, in occasione di testimonianze che ricostruirono il difficile rapporto tra lo stesso Borsellino e l’allora procuratore Pietro Giammanco.

Al di là delle recenti condanne e assoluzioni di alcuni poliziotti innanzi i giudici di Caltanissetta, per il depistaggio sulle indagini rimane ancora da capire se vi fu una indicazione da parte dei vertici dell’epoca o di aree politiche e poteri oscuri che si muovevano in quegli anni 90. Erano anni in cui l’Italia era schiacciata tra le vicende di Tangentopoli e le vicende Siciliane di mafia e delle stragi e va ricordato anche che non fu mai dettagliatamente approfondito il dossier dei carabinieri del ROS su mafia-politica-appalti pubblici cui Borsellino pose attenzione. Inoltre appare incomprensibile, anche dal punto di vista della logica criminale, la decisione di Totò Riina di ordinare la morte di Borsellino a 57 giorni dalla strage di Capaci, inasprendo ancor di più la reazione dello Stato. Dunque ancora oggi ci si chiede, quale urgenza mosse il capo dei capi per ordinare la morte di Borsellino?

Secondo i familiari, i figli Fiammetta, Lucia e Tancredi, approfondire questi aspetti potrebbe contribuire a disvelare il castello di menzogne costruite sull’attentato di via d’Amelio. Per il presidente della Repubblica, Sergio Mattarella «Paolo Borsellino, come Giovanni Falcone e altri magistrati, fu ucciso dalla mafia perché, con professionalità, rigore e determinazione, le aveva inferto un colpo durissimo, disvelandone la struttura organizzativa e l’attività criminale. La mafia li temeva perché avevano dimostrato che non era imbattibile e che la Repubblica era in grado di sconfiggerla con la forza del diritto. Paolo Borsellino – continua Mattarella – aveva ferma convinzione che il contrasto alla mafia si realizzasse efficacemente non solo attraverso la repressione penale, ma soprattutto grazie a un radicale cambiamento culturale, a un impegno di rigenerazione civile, a cominciare dalla scuola e dalla società”.