Strage di via D’Amelio: la ricerca della verità continua

Ore 16.58. Il silenzio rovente di una domenica di luglio viene squarciato da un’esplosione che scuote Palermo e l’Italia intera. È il 19 luglio 1992. Cinquantasette giorni dopo Capaci.   Un attentato preparato in fretta, con urgenza. Quel pomeriggio, insieme a Paolo Borsellino, muoiono Agostino Catalano, Walter Eddie Cosina, Vincenzo Li Muli, Emanuela Loi e Claudio Traina — donne e uomini della scorta, servitori dello Stato. Trentatré anni dopo, quel boato non ha mai smesso di rimbombare nelle coscienze. Non solo per il dolore di quelle vite spezzate. Ma per le domande che ancora restano sospese nel vuoto.

Chi ha deciso? Chi ha coperto? Chi ha tradito? Depistaggi, silenzi, processi sbriciolati nel tempo. Da quel giorno, da quel boato, è passato più di un trentennio, ma le risposte vere ancora mancano. Tra le ombre più fitte di questa vicenda, la sparizione della “agenda rossa”. Anche il ruolo di Giovanni Tinebra, procuratore capo di Caltanissetta all’epoca, resta nel mirino: mai mise in discussione il lavoro della squadra di La Barbera o le false dichiarazioni del pentito Vincenzo Scarantino, responsabile di uno dei più clamorosi depistaggi della storia giudiziaria italiana. Intanto, si approfondiscono anche  piste legate alla massoneria — il cosiddetto Terzo Oriente — per verificare se le logge abbiano agito come snodi occulti di manovre, insabbiamenti e deviazioni. E torna ad affacciarsi la “pista nera”, l’ipotesi di una saldatura mai del tutto chiarita tra mafia e ambienti dell’estrema destra eversiva.