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Due archiviazioni, una assoluzione e tante stranezze nel procedimento che ha visto protagonista il legale trapanese

Prostituzione, minori, evasione fiscale, investigatori disinvolti ed intercettazioni illegittime. Tante sono stati, sin dall’inizio, i colpi di scena per una vicenda che non poteva che desterà molto scalpore in città per i protagonisti in campo: uno dei legali più conosciuti del foro trapanese, ed il magistrato titolare dell’inchiesta, assieme ad altri suoi 2 colleghi, finito poi “nel mirino” dell’avvocato Nino Marino, Andrea Tarondo; il PM certamente più in vista di via XXX Gennaio. Il finale è stato di piena assoluzione per il legale, perché il fatto non sussiste, dopo aver ricevuto, quasi subito, l’archiviazione per i primi due capi di imputazione: sfruttamento della prostituzione ed evasione fiscale. Ma le stranezze in questa vicenda sono oggettivamente tante; ed alcune vorrà sottolinearle a chi di competenza lo stesso Marino, ad iniziare dal procedimento dal quale sarebbe nata l’inchiesta. Per il legale, il 982 del 2014 mai depositato che avrebbe protagonista il Notaio Francesco Di Natale, a suo tempo assistito proprio dal penalista trapanese che a seguito della vicenda dovette rinunciare alla difesa perché sentito come teste nell’inchiesta. Il professionista è oggi in appello dopo una condanna in primo grado per peculato. E proprio Di Natale, sarebbe stato avvicinato da un collega avvocato alcamese con una strana richiesta: avrebbe dovuto dire agli inquirenti che conosceva il marito del PM Rossana Penna, Roberto De Mari, perché presentatogli proprio da Marino. Fatto mai avvenuto, per il non trascurabile motivo che il penalista neanche era a conoscenza dell’esistenza del De Mari. Una vicenda che s’inquadra nello scontro tutto interno alla Procura di Trapani fra la Penna e Tarondo che vede quest’ultimo a processo per diffamazione nei confronti del marito della collega a Caltanissetta. E come credenziale, l’offerta venne corredata dalla presentazione di un foglio con scritti 2 numeri di telefono e “Croce Conigliaro”, un ispettore notoriamente assai vicino al PM bolognese. Tutto denunciato da Marino al CSM ed alla Procura nissena e reso pubblico alla stampa. Seconda stranezza: la fuga di notizie. Ormai non ci si fa più caso agli avvisi di garanzia dati in pasto alla stampa. Ma stavolta, avvenne una tempistica curiosa. Infatti, dopo le perquisizioni la notizia venne recapitata al giornalista Gianfranco Criscenti, corrispondente dell’ANSA, che dopo qualche giorno lanciò la notizia. Poche righe, asciutte. La stranezza fu che circa un ora dopo, quasi ad orologeria, il collega Rino Giacalone scrisse un lungo articolo ricco di particolari sull’inchiesta. Insomma, è evidente che ne fosse già in possesso. Altrettanto notoriamente Giacalone è assai vicino al sostituto bolognese cosi come all’ispettore della Forestale. Da segnalare che Tarondo si tenne l’inchiesta per 3 mesi dopo le denunce del legale; ovvero, sino all’ultimo giorno utile prima di procedere per calunnia nei suoi confronti. Se non è una stranezza, di sicuro è border line con il conflitto d’interesse. L’inchiesta aveva 3 sostituti, quindi sarebbe restata in buone mani. Poi, il processo per l’ultimo stralcio: tentata induzione alla prostituzione minorile. Un castello di infamie, alcune al limite, e forse oltre, della calunnia vera e propria per delle tesi investigative che definire surreali è riduttivo per la loro oggettiva gravità. Fra l’altro, non suffragate da alcuna perizia specialistica ma dettate da una discrezionalità che potrebbe aver avuto un qualsiasi geometra, per quanto fosse nelle capacità intellettuali degli inquirenti. Tanto fragile che sin dall’inizio il sostituto in aula, Franco Belvisi, manifestò al collega di Palermo, Coppola, la volontà di chiedere l’assoluzione. Ed infatti, nella requisitoria fu durissimo nei confronti dei colleghi Tarondo, Morri e Verzera: “anche senza il pronunciamento di inutilizzabilità delle intercettazioni avrei chiesto l’assoluzione per l’assoluto deserto probatorio.” Insomma, una scure nei confronti di una inchiesta cui l’opinione pubblica, sin dall’inizio, non credette per uno stimato professionista “mascariato” dal solito leit motiv “sbatti il mostro in prima pagina”. Le intercettazioni illegittime; il 22 maggio i giudici scrivono: “…non può sottacersi che il decreto autorizzativo, con riguardo alle specifiche ipotesi delittuosa, non abbia indicato alcun elemento rappresentativo della commissione di alcun reato…, per tali ragioni determina l’inutilizzabilità.” Tradotto: non poteva essere intercettato. C’è da dire, altra stranezza della vicenda, che lo spuntò investigativo venne proprio da una ambientale nei confronti del Notaio Di Natale con la compagna, in un contesto confidenziale, e psicologicamente precario, che per il collegio giudicante era decisamente troppo poco per procedere ad intercettarlo. Insomma, tante stranezze cui l’avvocato Marino, nel suo comunicato sembra non voler passarci sopra; ad iniziare dalla responsabilità economica di quanto tutto ciò sia costato ai contribuenti. Sembra, infatti, che un esposto nei confronti di Tarondo e l’ex Procuratore Viola alla Corte dei Conti sia già pronto.