Pubblicità
<tonno auriga

Ci ha lasciati Ciccio Maltese. E io non so da dove cominciare per raccontare chi è stato. Un attore, certo. Bravo, ma anche sfortunato. Perché il palcoscenico non gli ha reso la gloria che meritava. Si era diplomato con Strehler al Piccolo di Milano, poi la gavetta in giro per i teatri italiani, poi le regie, i film (Barcamenandoci), e il biglietto d’oro con la compagnia di Nino Frassica per L’aria del Continente. Ciccio era una bambino adulto, aveva l’ ingenuità, l’innocenza di un bambino. E questo lo rendeva una persona speciale. In tutto quello che faceva si metteva in gioco senza risparmiarsi, con la modestia e l’umiltà che non lo hanno ripagato. Io l’ho scoperto nel 1974 al cinema Ariston. Avevo dodici anni, lo spettacolo del CUT era un appuntamento straordinario con Lia Manfrè e Ciccio Termini. E lui fra una scenetta e l’altra entrò in scena dalla porta di ingresso risalendo fino al palco declamando Il rinoceronte di Jonesco. E mi è rimasta dentro la sua passione, la sua serietà mentre il pubblico scanzonato di studenti sorrideva e non capiva. Poi l’ho rincontrato i primi degli anni 80, al Boccaccio di Erice, una discoteca che ogni anno ospitava l’elezione del presidente nazionale dei play boy. E lui era il presidente da spodestare. Si prendeva gioco di se, praticava l’autoironia come un esercizio ginnico, con la stessa serietà e intenzione. Da quel momento siamo diventati amici. Mi aveva permesso di entrare nel suo gioco. Gli aneddoti che mi legano a Ciccio sono innumerevoli. E tutti caratterizzati dalla sua eccentricità e dalla eccezionale umiltà, un difetto in un mondo fatto di lazzi e cotillons. Mi ricordo la sua partecipazione alla mia trasmissione Il Sarchiapone. Lui che recitava le pagine dell’elenco telefonico, le istruzioni di uso degli elettrodomestici, perfino la posologia dei medicinali, i bugiardini. Il suo sogno irrealizzato è stato la scuola di teatro, ci ha tentato in tutti i modi per almeno un ventennio, senza mai davvero essere preso sul serio. E questo lo faceva soffrire. Perché Ciccio era un bambino adulto. E per questo poi ricominciava a sognare. Come se nulla fosse accaduto, annichilendo delusioni, negazioni e sconfitte. Ciccio è stato uno degli ultimi protagonisti della goliardia di questa città. Di quando ci prendevamo meno sul serio ed eravamo tutto un po’ più felici. Addio Ciccio. Quando sei lassù ricordati di recitare agli angeli “I tre fiammiferi” di Prévert.
I funerali sono stati celebrati lunedì pomeriggio nella chiesa dei salesiani dove Francesco è cresciuto. L’elogio funebre è stato letto dall’attore Giorgio Magnato.
La salma è stata benedetta da Mons.Antonino Adragna.

Giacomo Pilati