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Una sentenza che fa discutere. L’editoriale del presidente di Telesud Massimo Marino.

Tre anni di soggiorno obbligato. A Trapani con modalità che verranno rese note una volta depositate le motivazioni della sentenza contro l’ex parlamentare da parte della sezione delle Misure di prevenzione del Tribunale di Trapani. Una sentenza “pesante”, al netto della misura adottata già solo per il termine che tratteggia Antonio D’Alì come “soggetto socialmente pericoloso”, che ha fatto discutere; da una parte, e non sono stati pochi oggettivamente, coloro che ci hanno “messo la faccia” prendendo le difese dell’ex senatore forzista. Dall’altra, pochi, almeno a dare uno sguardo sui social, sempre più termometro della nostra società…, che hanno gioito per la condanna. Sempre i soliti: riportatori di cerchi magici con il loro giro dell’associazionismo di maniera. Ognuno è libero di pensarla come crede e le sentenze vanno rispettate, cionondimeno, una riflessione è d’obbligo. Che vale per D’Alì, così come i tanti che in questi anni sono passati per le Misure di Prevenzione nelle loro vicende giudiziarie. Negli ultimi tempi hanno assunto un ruolo sempre più centrale nella lotta alla mafia e soprattutto nell’economia dell’isola; anche “grazie” alla catastrofe delle amministrazioni giudiziarie. Pronunciamenti che spesso non hanno trovato il favore nei processi penali e che, anzi, sono stati ribaltati dagli stessi, restituendo patrimoni decimati piuttosto che trovarne la colpevolezza dell’imputato; insomma, assai stridenti fra loro, se non addirittura contraddittori, e di difficilissima comprensione nel comune cittadino. È inutile girarci intorno: il fatto che le Misure di Prevenzione non prevedono la restrizione personale in carcere, ma “soltanto” una limitazione personale piuttosto che una alienazione di beni materiali, fa si che “la prova” venga trovata con una “discrezionalità” e “facilità” molto maggiore rispetto al Tribunale Penale ordinario. Probabilmente, sarebbe il caso che il legislatore metta mano a ciò che, con ogni evidenza, sembra sempre più un non senso logico e giuridico. Due binari paralleli che non possono essere lasciati separatamente ai loro destini ma cui va trovata una sintesi; anche per non lasciare in un pozzo senza fondo di processi e controprocessi chi ci si trova. Per ritornare a D’Alì, ciò che lascia perplessi della sentenza, in attesa del deposito delle motivazioni, è il dispositivo: 3 anni di soggiorno obbligato a Trapani. Mi chiedo, ma se il senatore D’Alì è un soggetto socialmente pericoloso perché ritenuto contiguo con ambienti mafiosi, non sarebbe stato logico disporne l’allontanamento da quel territorio, cioè il trapanese, nel quale questi soggetti vivono ed operano? Non sarebbe stato ovvio disporne “il confino” in altra città, chessò a Roma dove ci risulta abbia un appartamento e dove, ci risulta altrettanto, avesse la difesa ventilato la possibilità di un eventuale luogo di soggiorno? Insomma, 3 anni a Trapani assomigliano tanto “ad un buffetto” dettato più da un “condizionamento ambientale” che da una vera e propria convinzione soggettiva. Ma probabilmente mi sbaglio. Certamente, nel deposito delle motivazioni capiremo meglio, e magari in maniera esaustiva, il perché del pronunciamento.​


Massimo Marino

​Presidente di Telesud