Vito Nicastri; l'imprenditore alcamese è considerato dagli inquirenti vicino a Matteo Messina Denaro

“La pena non è congrua al reato commesso”. Troppo pochi due anni e nove mesi per il gup del tribunale di Palermo, Walter Turturici, che ha respinto la richiesta di patteggiamento presentata da Vito Nicastri e dal figlio Manlio, nell’ambito dell’inchiesta sulla corruzione all’interno degli uffici regionali. L’imprenditore alcamese,  già condannato in primo grado per concorso esterno in associazione mafiosa, e ritenuto prestanome del boss Matteo Messina Denaro, aveva chiesto il patteggiamento, dopo la decisione di avviare un rapporto di collaborazione con i magistrati che a Palermo e a Roma hanno aperto le inchieste in cui sono coinvolti a vario titolo anche l’ex consulente della Lega Paolo Arata e il senatore Armando Siri. Per il Gup però l’accordo raggiunto tra il legale di Nicastri e la Procura palermitana non è “congruo al reato commesso”. Il 63enne dunque dovrà presentarsi in Tribunale il prossimo 18 dicembre. Il processo, che si celebrerà con il rito ordinario, vedrà alla sbarra anche Paolo Arata, il dirigente della Regione Siciliana Alberto Tinnirello e il milanese Antonello Barbieri. È iniziato invece il rito abbreviato per il funzionario del dipartimento regionale all’Energia Giacomo Causarano e per Francesco Arata, figlio dell’ex parlamentare di Forza Italia poi avvicinatosi alla Lega, che sarebbe entrato in affari con Nicastri. Arata, secondo i magistrati, avrebbe spinto affinché a Roma venissero approvate norme favorevoli agli interessi che Nicastri aveva nelle rinnovabili. Per fare ciò, sarebbe stato avvicinato il senatore leghista Armando Siri, sul cui conto continua a indagare la procura di Roma.