Marsala oggi si sveglia fiaccata dal primo caso di Coronavirus che, comprensibilmente, ha suscitato reazioni e timori in modo dilagante. Tre, intanto, i ‘casi sospetti’ in attesa dell’esito del tampone faringeo, in città: oltre alla moglie del docente di matematica, cui è stato effettuato nel pomeriggio di ieri per chiari motivi precauzionali ormai ineludibili, anche un bambino di 4 anni, giunto ieri pomeriggio al Pronto Soccorso per una tosse preoccupante, invitato a tornare oggi proprio per eseguirlo. E, secondo quanto appreso in ambienti sanitari, ci sarebbe anche una ragazza che, per gli stessi motivi, si è dovuta sottoporre al test finalizzato al rilevamento, o meno, del virus. Intanto sono diversi i titolari di attività commerciali che questa mattina hanno voluto comunicare la decisione assunta di chiudere fino al 3 aprile in attesa di nuove disposizioni: sia negozi di abbigliamento che, in modo particolare, ristoranti e bar particolarmente frequentati e da sempre luoghi di incontro e di ritrovo aperti alla città. Una decisione senza dubbio sofferta, adottata per la salvaguardia dell’incolumità dei clienti, dei collaboratori e dei fornitori, in questo momento di grande apprensione. Il sindaco, Alberto Di Girolamo, continua a invitare i cittadini al rispetto di semplici regole, considerate fondamentali per spezzare la catena del rischio contagio: stare lontani l’uno dall’altro di almeno 1 m ovunque ci si trovi, anche all’aperto, salutarsi senza strette di mano, abbracci e baci, lavarsi frequentemente le mani con acqua e sapone o con disinfettante e soprattutto restare a casa e uscire per lavoro, motivi di salute, e acquisto di beni di prima necessità. “Rinviamo a dopo tutto ciò che non è di vitale importanza – dice -. Non vi voglio assolutamente spaventare ma ne va della nostra esistenza. L’unico modo per evitare il contagio e bloccare la diffusione del virus è attenersi a queste semplici norme igieniche e restare a casa quanto più possibile. Solo così possiamo uscire presto da questo incubo e non piangere dopo”.

J.C.