di Mario Torrente

Il 29 aprile del 1990 affondava l’Espresso Trapani. Il il grande traghetto della Conatir, che copriva la linea Trapani-Livorno, colò a picco a circa un miglio dallo scoglio Porcelli. Nel naufragio morirono 13 persone. Sette corpi non furono mai restituiti dal mare. Probabilmente rimasero intrappolati nel relitto della nave, affondata in un giorno di mare calmissimo. Mentre che a Trapani si festeggiava “Santu Patre”, patrono dei marittimi. Con la grande statua di San Francesco di Paola in processione per le vie della città.

Fu la più grave tragedia del mare che si sia consumata davanti le coste trapanesi negli ultimi decenni. Una sciagura che, per molti aspetti, resta avvolta dal mistero. La nave, quasi arrivata a Trapani, dopo aver virato a sinistra per allinearsi all’imboccatura del porto, sbandò sul lato destro. Il grande traghetto, lungo ben 112 metri, si inclinò paurosamente a dritta. Fu vano ogni tentativo del comandante Bertolino di riportarla in asse. L’Espresso Trapani venne inghiottito dal mare nel giro di quindici minuti. Finendo ad oltre cento metri di profondità. Il tutto a circa un miglio dallo scoglio Porcelli. Proprio davanti la città.

La nave era praticamente quasi arrivata a destinazione. Da li a breve il pilota sarebbe salito a bordo per iniziare le operazioni di ormeggio. Ma quel giorno non venne calata l’ancora. Nessuna cima fu lanciata in banchina per attraccare. Ed il portellone di poppa non si aprì per fare scendere camion, passeggeri ed equipaggio. È rimasto chiuso per sempre nella profondità degli abissi. Col suo carico di camion. E di vite. Quella nave così robusta di appena sette anni, costruita in Spagna e che navigò anche nelle acque tempestose del Nord Europa per una compagnia norvegese, colò a picco in una domenica di bonaccia senza un filo di vento ed il mare piatto come l’olio. Portandosi con sé, quasi sicuramente, i sette corpi dei dispersi, mai trovati. Tra loro il comandante Leonardo Bertolino, al suo ultimo viaggio prima della pensione, ed il direttore di macchina Gaspare Conticello. I due ufficiali più alti in grado dell’Espresso Trapani affondarono con la loro nave.

A trent’anni da quella terribile sciagura, nonostante l’emergenza coronavirus, in città saranno ricordate le vittime di quella terribile sciagura: Leonardo Bertolino, Gaspare Conticello, Ignazio Mauro, Claudio Merlino, Giovanni Maranzano, Antonino e Salvatore Mirabile, i cui cadaveri non furono mai ritrovati. Sono rimasti per sempre nel grande “cimitero del mare”. Vennero invece recuperati a terra, dove hanno trovato sepoltura, i corpi di Rosa Adragna, Francesco Gianquinto, Giuseppe Fonte, Filippo Randazzo, Michele Caruso e Francesco Lombardo.

Oggi, in occasione del trentesimo anniversario della sciagura dell’Espresso Trapani, una motovedetta della Capitaneria di Porto di Trapani raggiungerà il punto del naufragio a mezzogiorno in punto, lanciando due corone di fiori in mare: una del Comune di Trapani, l’altra della Capitaneria di porto di Trapani. A bordo ci sarà anche il cappellano militare, per un momento di preghiera nel punto in cui il 29 aprile del 1990 si inabissò il traghetto della Conatir. A causa delle disposizioni del coronavirus nessun altro potrà salire a bordo per la commemorazione in mare, mentre a terra, sempre a mezzogiorno, si terrà solo un momento simbolico, con il sindaco Giacomo Tranchida ed il consigliere Giuseppe Virzì che, in rappresentanza dei parenti delle vittime ed a memoria dei loro cari, lanceranno dei fiori in mare dal piazzale del Lazzaretto. Qui saranno letti ad alta voce i nomi delle vittime del naufragio. Un po’ come fatto lo scorso anno nel corso di una cerimonia pubblica promossa dal consigliere comunale Giuseppe Virzì, primo firmatario di una mozione che puntava a dedicare una piazza o una strada alle vittime dell’Espresso Trapani, approvata nel 2019 dal Consiglio comunale.

Nel provvedimento l’area individuata era lo slargo antistante il Lazzaretto. Ma alla fine la targa in marmo per ricordare chi morì nell’affondamento del traghetto della Conatir sarà posizionata in una via del centro storico. Sempre in zona porto peschereccio, guardando verso quel mare che si prese quella grande nave con le paratie e la prua tutta grigia e le scritte in rosso. E tredici vite drammaticamente spezzate. Gettando nella disperazione tante madri e padri. Mogli, figli e figlie. Fratelli. Parenti e colleghi di lavoro. Una ferita che resterà per sempre. E ha lasciato il segno in tutta la comunità trapanese per quella disgrazia che si è consumata ad un tiro di schioppo dal porto.

Dopo anni di silenzio, in città ci sarà dunque una strada in ricordo di quanto successo il 29 aprile del 1990 davanti alle coste trapanesi. La via che sarà dedicata alle vittime dell’Espresso Trapani si trova nel centro storico, nei pressi della via Carolina, in un punto che pulsa di mare e marineria trapanese in ogni angolo. Il decreto di intitolazione  è stato firmato nelle scorse ore dal sindaco Giacomo Tranchida che assieme all’assessore Giuseppe Pellegrino ed al consigliere Giuseppe Virzì, puntava ad una commemorazione per come si deve in occasione del trentennale. Ma l’epidemia da coronavirus non ha permesso di organizzare alcuna cerimonia pubblica.

È andata così. Ciò che conta è comunque tenere vivo il ricordo di chi non ha più fatto ritorno. Perché, per dirla con le parole di padre Adragna, “Trapani ha due cimiteri: uno sulla terraferma, l’altro è il cimitero del mare”. E magari, prima o poi, in questa città marinara, che pulsa di salsedine fino al midollo, si riuscirà realizzare un monumento per ricordare chi è morto in mare, rappresentando, con il linguaggio della semplicità delle onde e dei colori, delle sagome di navi e pescherecci, magari scrivendosi anche i nomi, le tante tragedie che hanno segnato negli anni la comunità trapanese. Con tutti quei marittimi, i pescatori, uomini e donne, di ogni mestiere, nazionalità e colore della pelle, che il mare ha voluto per sempre con sé.  E che sono ancora là…