Un pacco apparentemente normale. Un accappatoio destinato ad un detenuto del carcere Pietro Cerulli di Trapani. All’interno per, abilmente celate nelle cuciture dei risvolti e nella cintura, gli agenti della polizia penitenziaria hanno trovato diverse dosi di droga, probabilmente hashish e cocaina, ma solo le analisi daranno la risposta definitiva. L’accappatoio è stato esaminato manualmente durante i controlli dei pacchi allestiti dai familiari. Il pacco era destinato a un detenuto di Mazara del Vallo con alle spalle una storia di tossicodipendenza. Il principio è quello di fare entrare piccole quantità di droga ma con continuità, con i mezzi più disparati. La droga viene utilizzata per il consumo personale ma anche per piccoli traffici che si svolgono tra i detenuti. Elementi che alterano gli equilibri e i rapporti tra ristretti e che spesso portano a dissidi ed episodi, a volte di violenza, che gli agenti poi vengono chiamati ad arginare. Oltre alla droga in carcere a volte entrano anche i piccoli telefonini, poco più grandi di accendini di piccole dimensioni. Un fenomeno ripetutamente denunciato dalla polizia penitenziaria. In passato è accaduto anche a Trapani, che siano stati intercettati tentativi di introdurre cellulari, o che siano stati sequestrati a detenuti durante le perquisizioni straordinarie. Il carcere di Trapani è dotato del Manta Ray, un apparato che consente di rilevare i dispositivi telefonici all’interno di pacchi o addirittura all’interno del corpo umano dove a volte vengono celati. Da tempo i sindacati di polizia chiedono che il possesso di apparati di comunicazioni all’interno delle carceri sia assimilato ad un reato punito con la reclusione e con aggravamenti di pena. Attualmente, invece, il possesso di un telefono è solo una violazione regolamentare.