Blitz della Polizia a Mazara del Vallo, Bologna e Imola. Gli investigatori del Servizio Centrale Operativo e delle Squadre Mobili di Trapani, Palermo e Bologna, hanno eseguito sei perquisizioni disposte dalla Direzione Distrettuale Antimafia di Palermo, nei confronti di altrettante persone indagate per aver favorito la latitanza in Romania del pregiudicato mazarese Vito Bigione, arrestato il 4 ottobre del 2018 nella città di Oradea. Bigione era ricercato perché doveva scontare una condanna di oltre 15 anni inflitta dalla corte di appello di Reggio Calabria per associazione a delinquere finalizzata al traffico internazionale di stupefacenti. Ruolo centrale nella latitanza di Bigione, secondo gli investigatori, sarebbe stato svolto da una infermiera bolognese, Monica Deserti, in diretto contatto con i mazaresi Vincenzo Pisciotta, Giuseppe Armata, Nicolò Tardino, Michele Biondo, tutti ritenuti dalla polizia vicini alla famiglia mafiosa mazarese. Armata avrebbe fornito all’infermiera le schede telefoniche, acquistate a Bologna e intestate a cittadini stranieri, per tenere i contatti con Bigione. Lo stesso Armata, insieme a Pisciotta e Biondo avrebbero garantito canali sicuri per il trasferimento di denaro a Bigione in Romania. Alcuni movimenti di denaro verso Bigione sarebbero stati effettuati anche dalla romena Adriana Viorica Muscan, attraverso la connazionale Elisabeta Halasaz, in diretto contatto con il latitante, in quanto sua “governante”. Quest’ultima avrebbe organizzato il trasporto delle valigie di Bigione in Romania attraverso Armata e Tardino, gestore di un B&B ad Imola, dove il latitante era stato ospite. Gli investigatori dopo aver documentato attraverso appostamenti e telecamere, i vari passaggi di mano degli effetti personali diretti a Bigione, avevano effettuato un pedinamento elettronico del furgone diretto in Romania, risalendo poi allo stabile che ospitava il latitante nella città di Oradea. Quando Bigione fu catturato aveva un documento d’identità falso intestato Matteo Tumbiolo, classe 1954, oltre a varie schede telefoniche riconducibili proprio a quelle procacciate da Armata.