Il boss dell’Acquasanta tra i mandanti dell’attentato al giudice Carlo Palermo

Vincenzo Galatolo, boss mafioso palermitano della famiglia dell’Acquasanta, è stato condannato a 30 anni di carcere per la strage di Pizzolungo a Trapani. L’attentato fu messo a segno il 2 aprile 1985 contro l’allora pm trapanese Carlo Palermo, rimasto miracolosamente illeso. Morirono nell’esplosione di un’autobomba Barbara Rizzo, di 33 anni, e i suoi gemellini di 6 anni, Salvatore e Giuseppe Asta che a bordo della loro automobile fecero involontariamente da scudo, frapponendosi tra l’ordigno e la blindata del magistrato. La sentenza è stata emessa oggi dai giudici di Caltanissetta innanzi al quale si è svolto il quarto processo per quella strage. Galatolo, per il quale i PM avevano richiesto l’ergastolo, è ritenuto tra i mandanti dell’attentato. In un precedente processo furono condannati, sempre come mandanti, in via definitiva Totò Riina e Vincenzo Virga e in un altro ancora i palermitani Nino Madonia e Balduccio di Maggio. I presunti esecutori, tutti uomini delle famiglie mafiose di Alcamo e Castellammare del Golfo, vennero condannati in primo grado e poi definitivamente assolti in appello e cassazione. Secondo la ricostruzione emersa dai quattro processi, in particolare dagli ultimi due, l’attentato al giudice Palermo venne decisa in una riunione di mafia alla presenza dei capi mandamento delle famiglie trapanesi e tra questi Francesco e Matteo Messina denaro, padre e figlio. Palermo era giunto a Trapani da Trento e dopo appena un mese di permanenza nella Procura di Trapani aveva avviato indagini sulle connessioni tra mafia, imprenditoria, politica e massoneria. Le responsabilità di Galatolo emersero quasi a sorpresa, molti anni dopo, in seguito alla collaborazione della figlia Giovanna, ventenne all’epoca della strage del 2 aprile 1985, e di un altro dichiarante: Francesco Onorato.