Lo scorso 29 settembre la quinta sezione della Corte di Cassazione si è pronunciata sul ricorso dei legali dell’imprenditore . Il presidente Carlo Zaza, udito il relatore Luca Pistorelli – magistrato che è stato alla Procura di Trapani, fra l’altro trattando procedimenti che vedevano coinvolto lo stesso “Berlusconi di Dattilo” – ha annullato “senza rinvio il decreto impugnato nella parte in cui conferma la misura di prevenzione della confisca di cui dichiara la perdita di efficacia e ordina la restituzione di tutti i beni agli aventi diritto…, avverso il decreto della Corte d’appello di Palermo del novembre 2018 ”. La Corte ha, tuttavia, rigettato nel resto i ricorsi dello stesso Michele Mazzara e di Giuseppa Barone, dichiarando inammissibili gli altri ricorsi dell’udienza presentati da Francesco e Vincenzo Nicosia, Salvatore Adragna e Rosa Maria Valenti. Il Sostituto Procuratore Generale Giuseppina Casella aveva chiesto, invece, il rigetto dei ricorsi di Mazzara e Barone, e per l’inammissibilità degli altri ricorsi. Riportiamo la sentenza quasi interamente che divideremo, per praticità di lettura, in due parti, oggi e domani; ecco la prima parte:

.RITENUTO IN FATTO

Con il decreto impugnato la Corte d’appello di Palermo ha rigettato i ricorsi presentati da, Mazzara Michele, Barone Giuseppa e Nicosia Francesco in qualità di proposti, e da Nicosia Vincenzo, Adragna Salvatore, Valenti Rosa Maria e Adragna Francesco in qualità di terzi interessati, avverso il provvedimento applicativo al Mazzara, al Nicosia Francesco ed alla Barone della sorveglianza speciale con l’obbligo di soggiorno nel comune di residenza, nonché la confisca di numerosi beni mobili e immobili ritenuti nella loro diretta o indiretta indisponibilità, anche attraverso la loro intestazione agli altri soggetti summenzionati. In parziale riforma della pronunzia del Tribunale, la Corte territoriale ha peraltro disposto la restituzione di alcuni dei beni oggetto della misura ablativa.

Avverso il decreto ricorrono sia i proposti che i terzi interessati. Il ricorso proposto nell’interesse di Mazzara Michele e Barone Giuseppa articola dieci motivi. Con il primo viene dedotta violazione di legge, eccependosi la perdita di efficacia del provvedimento di confisca essendo stato depositato il decreto impugnato il 19 dicembre 2019. In tal senso si evidenzia come la decisione del giudice dell’appello sia intervenuta ben oltre i termini, anche tenuto conto delle proroghe e delle sospensioni. Erroneamente, infatti, la Corte territoriale, ha considerato sospeso quest’ultimo anche a seguito del rinvio dell’udienza dell’8 luglio 2016, disposto invece per consentire alla difesa un termine per esaminare la nuova documentazione prodotta nell’occasione dal PG ed a quest’ultimo per produrne di ulteriore. All’evidenza, dunque, trattandosi di rinvio disposto per esigenze di acquisizione della prova e per la concessione di termini per la difesa, lo stesso non ha determinato la sospensione del termine per il deposito del provvedimento impugnato. Con il secondo motivo viene dedotta violazione di legge anche sotto il profilo del difetto di motivazione in merito alla ritenuta sussistenza della pericolosità del Mazzara. Quanto al presupposto, costituito dalla ritenuta responsabilità del proposto per il delitto di intestazione fraudolenta di beni (per cui è stato condannato in primo grado e prosciolto in appello, con sentenza non ancora definitiva, per sopravvenuta prescrizione), i giudici di merito avrebbero apoditticamente affermato la sussistenza del dolo specifico del reato e cioè del perseguimento dell’obbiettivo di eludere l’applicazione di misure di prevenzione, trascurando che all’asseritamene fittizia intestazione a terzi delle quote della Spe.Fra s.r.l. si era contestualmente accompagnato l’acquisto personale di altri beni, comportamento del tutto illogico qualora il proposto avesse realmente avuto intenzione di occultare il proprio patrimonio e dal quale si deduce invece che egli fosse del tutto ignaro del pericolo di essere assoggettato a misure di prevenzione. Peraltro se in un primo momento il dolo era stato individuato nel fine di eludere le disposizioni di legge in materia di misure di prevenzione patrimoniali, dopo che la Corte ha preso coscienza del fatto che il Mazzara era all’oscuro dell’esistenza di procedimenti a suo carico (se non del sequestro che ha originato questo procedimento nel gennaio 2012), lo stesso sarebbe stato rimodulato nella volontà di eludere le interdizioni. In proposito viene però eccepito che il proposto non sarebbe stato comunque destinatario dei divieti e delle decadenze previste con riguardo al reato di favoreggiamento aggravato che costituirebbe il presupposto per la loro operatività; egli ha patteggiato una pena sospesa, con conseguente neutralizzazione di tutte le eventuali sanzioni accessorie e degli effetti penali della condanna. Qualsiasi natura si voglia dunque attribuire alle suddette misure, queste non potrebbero comunque essere applicate al caso in esame, con conseguente inconfigurabilità del delitto di intestazione fraudolenta. Osservano ancora i ricorrenti che la questione era stata sollevata nel corso dell’appello con apposita memoria, cui la Corte, pur ritenendola indebitamente tardiva, ha dato risposta approssimativa ed a tratti incomprensibile, omettendo in definitiva di replicare alle obiezioni difensive sviluppate in punto di diritto, se non per attribuire alle summenzionate interdizioni l’inedita e improbabile natura di misure di prevenzione patrimoniali, peraltro in ogni caso inapplicabili a seguito di condanna a pena sospesa. Da ultimo i ricorrenti evidenziano, per ribadire l’illogicità del provvedimento impugnato, il paradosso per cui la pericolosità del Mazzara è stata esclusa dal giudice della cognizione ai fini della concessione della sospensione condizionale della pena, per essere invece ritenuta sussistente per l’applicazione delle interdizioni. Con il terzo motivo viene dedotta violazione di legge in merito alla insussistenza del reato di intestazione fraudolenta. Viene eccepito che i coniugi Mazzara e Barone non sono stati previamente sottoposti a una misura di prevenzione personale e non potrebbero, quindi, essere destinatari delle inibizioni che tale sottoposizione espressamente presuppone. La mancanza di una preventiva misura di prevenzione personale impedirebbe dunque la configurabilità stessa del reato di intestazione fraudolenta dei beni per come ritenuto dalla Corte territoriale. Ulteriore violazione di legge viene denunziata con il quarto motivo sempre con riguardo alla configurabilità del delitto di intestazione fraudolenta di beni. La Corte nel ritenere tale reato sussistente non ha indicato gli elementi di fatto idonei a dimostrare che il Mazzara temesse di essere sottoposto a misura di prevenzione al momento in cui ha posto in essere l’asserito occultamento dei suoi beni. Sussisterebbero invece plurime ragioni per ritenere il contrario. Egli era infatti gravato da un unico precedente penale, per di più risalente nel tempo, aveva richiesto e ottenuto di patteggiare la pena con la sospensione condizionale sintomo di una assenza di pericolosità e, tutte le informative a suo carico evocate dai giudici di merito (tranne una) erano rimaste segrete e quindi lo stesso non ne era a conoscenza. Violazione di legge e difetto di motivazione, invece, vengono dedotti con il quinto motivo in merito alla sussistenza della ritenuta pericolosità generica sulla base della presunta commissione del delitto di illecita percezione dei contributi AGEA. La Corte nell’escludere dal novero dei fatti indicatori di pericolosità generica le condotte di natura contravvenzionale in precedenza valorizzati, ha fondato il proprio convincimento esclusivamente su una nuova contestazione, mai elevata da alcun ufficio di Procura, relativa ad alcuni contributi pubblici erogati nel periodo 1999-2009 in suo favore. Per ascrivere tale reato la Corte ha esposto tre argomenti ritenuti dalla difesa inconsistenti. Invero, diversamente da quanto emerge nel decreto, non sussiste alcun dovere di informare l’ente erogatore di eventuali condanne. Mazzara quindi era esente da rendere tale dichiarazione. Nella memoria difensiva la questione giuridica di tali contributi era stata già esaminata e sulla base delle obiezioni sollevate la stessa Corte ha limitato la contestazione mossa al proposto al solo fatto di aver chiesto negli anni 2006-2011 i contributi AGEA anche per taluni terreni dati in comodato d’uso a sua moglie. Pur avendo provveduto a circoscrivere l’arco temporale di consumazione del presunto reato, i giudici dell’appello avrebbero comunque omesso di fornire qualsiasi valutazione sia in ordine all’elemento psicologico che all’elemento oggettivo dello stesso. Per quanto riguarda l’elemento soggettivo, la Corte avrebbe invece omesso di considerare che i coniugi Mazzara avevano diritto ad ottenere i contributi, essendo al più configurabile un errore su chi tra i due dovesse chiederli per quei terreni dati in comodato d’uso dal marito alla moglie. In ordine all’elemento oggettivo la Corte di merito avrebbe parimenti trascurato le soglie fissate ex lege ai fini della valutazione dell’illiceità penale del fatto. Non avendo determinato l’esatto ammontare dell’aiuto percepito non è stato dunque accertato se risultino effettivamente integrati gli estremi dell’ipotesi delittuosa evocata ovvero di un mero illecito amministrativo. Inoltre il provvedimento impugnato non ha limitato le presunte indebite contribuzioni alla quota specificatamente riferibile ai pochi ettari concessi in comodato, né ha scorporato dai contributi complessivi quelli legittimamente percepiti dal Mazzara quale imprenditore agricolo. Anche con il sesto motivo viene dedotta violazione di legge in merito alla configurabilità del reato sopra descritto, con particolare attenzione al principio di correlazione tra pericolosità sociale e momento dell’acquisto del bene. La Corte non avrebbe considerato che i beni entrati a far parte del suo patrimonio dal 1999 al 2009 sono stati confiscati illegittimamente perché durante questo lasso di tempo non era possibile elevare a carico del Mazzara alcuna contestazione di pericolosità, generica o qualificata che sia. L’erroneo presupposto dell’illegittimo conseguimento di tali contributi protratto per tutto il periodo (1999-2011) avrebbe dunque avuto delle ricadute sia sul convincimento della perdurante pericolosità sociale in capo al preposto, sia sulla confisca del suo patrimonio. Secondo la prospettazione fornita della Corte d’appello di Palermo, l’ammontare di tutti i contributi ha permesso di far acquisire al Mazzara il suo intero patrimonio nell’arco temporale che va dal 1999 al 2009. Ad avviso della difesa invece, in base al principio di correlazione tra pericolosità sociale e momento dell’acquisto del bene, la confisca deve essere revocata non potendosi individuare manifestazioni di pericolosità collegabili temporalmente né all’acquisto dei beni, né alla percezione dei contributi agricoli. Con il settimo motivo viene denunziata violazione di legge al fine del corretto inquadramento dell’imprenditore di Dattilo nella specifica fattispecie di pericolosità qualificata. L’unico precedente specifico da cui il Mazzara risulta gravato non sarebbe infatti idoneo ad assurgere a indice della sua ritenuta pericolosità. La mera probabilità di appartenenza ad un sodalizio criminoso non è sufficiente per i ricorrenti per l’applicazione di una misura di prevenzione. Al contrario, sul punto, la Corte territoriale si sarebbe limitata ad individuare elementi che si sostanziano in mere supposizioni accusatorie che non denotano un legame concreto tra il soggetto e l’ente criminale. L’ottavo motivo riguarda esclusivamente la posizione della Barone e con lo stesso vengono eccepiti violazione di legge e difetto di motivazione in merito alla ritenuta sussistenza della sola ipotesi di pericolosità qualificata a carico della medesima nel giudizio d’appello a seguito dell’accoglimento delle obiezioni difensive in relazione a quelle ulteriori originariamente contestate. La Barone, secondo la Corte, ha contribuito ad occultare le provviste economiche del marito grazie alla sua partecipazione alla società Antopia. In proposito il provvedimento impugnato ha ritenuto non devoluto lo specifico profilo, affrontato esclusivamente nel corso del giudizio d’appello con memoria difensiva. Al contrario la ricorrente obietta che l’impugnazione riguardava l’intero costrutto accusatorio e che, la memoria aggiuntiva avrebbe solo specificato con maggiore attenzione alcuni argomenti logico-giuridici. Analoghi vizi vengono denunziati con il nono motivo in merito alla ritenuta attualità del giudizio di pericolosità dei proposti. In proposito la difesa evoca giurisprudenza di legittimità per eccepire l’errore in cui sarebbe caduta la Corte territoriale, omettendo l’individuazione di specifici elementi di fatto idonei ad asseverare il giudizio sul punto. L’ultimo motivo ripercorre quanto già esposto nei motivi di gravame precedenti ed evoca una recente interpretazione della Corte Costituzionale sul concetto di ragionevole correlazione temporale. Viene ribadito il compito che ha il giudice nell’indicare un momento iniziale ed un termine finale della pericolosità sociale al fine di consentire l’ablazione solo di quei beni acquisiti nel periodo temporale individuato. Nel caso specifico la Corte territoriale non avrebbe assolto tale onere con la conseguenza che tutte le acquisizioni patrimoniali vengono apoditticamente ricollegate all’attività delittuosa.

LA SECONDA PARTE DELLA SENTENZA DOMANI