TRATTO INTEGRALMENTE DALLA RELAZIONE PRESENTATA NEI GIORNI SCORSI DALLA COMMISSIONE ANTIMAFIA ALL’ARS,

Nella complessa vicenda politica e istituzionale dell’Agenzia per i beni sequestrati e confiscati non può tacersi l’incontro – breve, intenso e sfortunato – fra l’A.N.B.S.C. e il cavaliere Antonello Montante che viene nominato componente del Consiglio Direttivo con decreto del Presidente del Consiglio dei Ministri il 1° dicembre 2014. Nelle intenzioni del ministro dell’interno Alfano, la nomina del vicepresidente di Confindustria intendeva rappresentare la definitiva consacrazione dell’impegno di Montante e della sua cordata sul terreno della legalità e della lotta alla mafia; al tempo stesso, quella scelta era il segno tangibile che l’Agenzia intendeva finalmente aprirsi a competenze ed esperienze imprenditoriali per supportare la capacità operativa dello Stato sul terreno accidentato dei beni sequestrati e confiscati. C’era un solo problema: Montante, appunto. Nel dicembre 2014, al momento della nomina nel direttivo, il dirigente di Confindustria è infatti già indagato (da sei mesi!) dalla Procura di Caltanissetta per concorso esterno in associazione mafiosa. La notizia sarà svelata da un articolo di Attilio Bolzoni e Francesco Viviano nel febbraio successivo, ma la voce su quell’inchiesta e sul suo eccellentissimo indagato corre ormai da mesi tra uffici giudiziari, segreterie romane e redazioni dei giornali. Eppure il ministro Alfano non esita a proporre il nome di Montante: nominato e costretto, nel volgere di pochi mesi, ad autosospendersi (febbraio 2015) e poi a dimettersi definitivamente (22 luglio 2015). Vale la pena rileggere alcune pagine che la nostra relazione sul “sistema Montante” dedicò due anni fa a questa vicenda, ascoltando dalla voce degli auditi cosa accadde e perché.

D’AGOSTINO, componente della Commissione: “Nel momento in cui si decise di nominarlo all’Agenzia per i beni confiscati, era l’unico nome oppure c’era una rosa di nomi sulla quale si discusse?” 
ALFANO, ex ministro dell’Interno: “Fu un’idea mia, che nasceva dal fatto che nella gestione di questa Agenzia si notava la mancanza di un elemento manageriale. Immaginai di mettere un siciliano, un antimafioso, il responsabile della legalità di Confindustria nazionale e, al tempo stesso, uno di comprovata, a quel tempo, competenza manageriale. […] Quando lo nomino all’Agenzia nazionale dei beni confiscati, eravamo all’apice. Poi, venti giorni dopo, c’è stata la rivelazione del segreto istruttorio da parte del giornale ma se lo violavano 20 giorni prima, io non lo nominavo”.

In realtà, come spiega in Commissione il giornalista di Repubblica Attilio Bolzoni, fu proprio quella nomina ad accelerare la pubblicazione dell’articolo:

BOLZONI ATTILIO, giornalista: “L’articolo del 9 febbraio 2015 ha avuto anche una lunga incubazione, nel senso che noi la notizia l’abbiamo appresa 4/5 mesi prima. Non basta, naturalmente, avere la notizia di un signore sotto indagine per scriverla sul mio giornale, almeno io non uso questo sistema. Quindi, lavoro sul territorio, ricostruisco tutti i personaggi di questa rete e decido di pubblicare la notizia insieme al mio direttore quando il Ministro dell’Interno Alfano, su 60 milioni di italiani, sceglie lui all’Agenzia dei beni confiscati. Lì decido che è il momento di pubblicarla.”

Resta un dubbio: quando Montante viene chiamato all’Agenzia è già iscritto nel registro degli indagati da sei mesi (l’iscrizione risale al giugno 2014). Notizia che circola già – come ci conferma Bolzoni – nelle redazioni dei giornali. Eppure nessuna informazione sull’indagine penale a carico della persona prescelta arriva né al presidente del Consiglio, cui compete la nomina, né ai ministri dell’Interno e dell’Economia, cui compete l’indicazione. Cosa ha determinato un così paradossale corto circuito informativo, consentendo la nomina ad una carica di così alta responsabilità nel contesto della lotta alla mafia proprio d’una persona che da molti mesi era indagata per concorso esterno in associazione mafiosa? 

ALFANO, ex ministro dell’Interno: “La mia idea è che vi sia un principio sovraordinato nelle relazioni tra le istituzioni, che è il principio di cooperazione istituzionale. Le do, quindi, perfettamente ragione. Qualcuno avrebbe dovuto dirmelo, avrebbe dovuto dirlo al Presidente del Consiglio, avrebbe dovuto dirlo al Ministro dell’economia. Noi avremmo dovuto saperlo. Ma la legge lo impedisce. E se qualcuno ce l’avesse detto, avrebbe commesso un reato penale.” 
FAVA, presidente della Commissione Antimafia: “Montante si autosospende il 25 febbraio del 2015, e si dimette cinque mesi dopo. Com’è possibile che l’autosospensione non sia diventata una revoca?” 

A questa domanda, la risposta del direttore dell’Agenzia dei beni confiscati Postiglione è stata: “Non ho la possibilità né di chiedere, né di proporre, perché la nomina del Consiglio direttivo spetta al Presidente del Consiglio dei Ministri, su proposta del Ministro dell’Interno. E’ compito loro, eventualmente intervenire.”

ALFANO, ex ministro dell’Interno: “Lui si è autosospeso, perché ha evidentemente immaginato o sperato che la vicenda si determinasse in termini di rapida archiviazione…” 

FAVA, presidente della Commissione Antimafia: “Come mai non siete intervenuti voi?”
ALFANO, ex ministro dell’Interno: “Sì, sì, ci sto arrivando. Lui immaginava che la vicenda potesse avere una rapida conclusione e, quindi, ha preferito la formula cautelativa di non sedere… credo non abbia mai partecipato neanche ad una seduta o quasi. Comunque, non ha partecipato, di fatto, alla gestione dell’Agenzia nazionale dei beni confiscati e, alla fine, ha deciso, dopo questi mesi, di dimettersi. Nell’interregno, non si è voluto procedere ad una revoca perché, comunque sia, eravamo di fronte ad un’iscrizione nel registro degli indagati, divulgata da un giornale, non eravamo in presenza dell’arresto.”

FAVA, presidente della Commissione Antimafia: “Com’è possibile che un mese dopo la pubblicazione della notizia dell’indagine, si decide nel Comitato per l’ordine e la sicurezza pubblica di Caltanissetta di aumentare al terzo livello la scorta del signor Montante? Glielo chiedo per capire come si possa decidere che un soggetto che è indagato per mafia, al tempo stesso, meriti un innalzamento del livello di sicurezza. È un ossimoro di cui ci sfugge l’ingranaggio.”

ALFANO, ex ministro dell’Interno: “Come lei ben sa c’è una significativa autonomia degli organismi provinciali preposti a questo genere di decisioni. Evidentemente, hanno ritenuto di innalzare il livello. A verbale, avranno scritto le loro motivazioni.” 
FAVA, presidente della Commissione Antimafia: “Nei suoi appunti Montante annota il fatto che nel giugno del 2015, quindi, due mesi dopo la sua autosospensione dall’Agenzia, il prefetto Postiglione direttore dell’Agenzia dei beni confiscati, lo chiama per invitarlo a partecipare alla riunione dell’Agenzia e lui rifiuterà. Da una parte si decide di non procedere con la revoca, il signor Montante decide di non dimettersi, però tutto ci si aspetta fuorché il fatto che venga compulsato perché partecipi. Immaginiamo tutti cosa sarebbe accaduto il giorno dopo se davvero un indagato per mafia avesse partecipato al consiglio direttivo dell’Agenzia per i beni confiscati…”
ALFANO, ex ministro dell’Interno: “Innanzitutto, non sono io il certificatore dell’autenticità del contenuto di quanto annotato dal Cavaliere Montante nei propri diari… In secondo luogo, apprendo adesso questo episodio e, in ogni caso, non sono in grado di dire la ragione per la quale ciò sia accaduto.” 

Il breve incontro fra Montante e l’Agenzia è ormai storia archiviata. Resta un dubbio, che questa relazione oggi raccoglie: quella nomina fu solo casualità, il mero risultato di una somma di sviste istituzionali? E per Montante, entrare nel direttivo dell’Agenzia era davvero solo un’altra medaglia da appendersi al petto, peraltro già sovraccarico di titoli, prebende ed encomi? In altri termini: c’è stato attraverso Montante il tentativo di dar la scalata all’Agenzia, alle possibilità di speculazione privata che avrebbe potuto offrire la gestione della più grande holding italiana, proprietaria di quattromila aziende e di decine di migliaia di beni immobili? Agli atti di questa Commissione – e delle Procure che su Montante continuano ad indagare – non vi sono risposte certe. Ma esitazioni, reticenze, tentennamenti: sì. Questo il commento dell’allora direttore Postiglione ai giornalisti che gli chiedevano se Montante, indagato per mafia, si sarebbe dovuto dimettere dall’A.N.B.S.C.: “Non lo so, dipende da una sua valutazione. Non ho la possibilità né di chiedere né di proporre ma solo di esprimere solidarietà a Montante, che ho conosciuto come persona che si batte per la legalità. Sta vivendo momenti difficili per le dichiarazioni di alcuni pentiti, nessuno è colpevole finché non viene condannato e nessuno è tenuto a dimettersi se viene accusato da qualcun altro. In Sicilia possono essere messe in atto architetture diffamatorie, magari c’è qualcuno che nell’ombra ha bisogno di vendicarsi e potrebbe cercare forme di ritorsione. Quando ero prefetto ad Agrigento mi dicevano spesso di non dimenticare che ero nella terra di Pirandello e io rispondevo che in confronto a loro Pirandello era un dilettante… Credo che Montante abbia i modi per dimostrare la sua estraneità”. Altrettanto esplicito, quasi minaccioso, il comunicato a sostegno di Montante che in quelle ore arriva anche dagli industriali siciliani: “Nessuno pensi di bloccare la squadra aggredendo l’attaccante. Perché al suo fianco c’è un intero sistema… che si muove in un’unica direzione. Un gruppo affiatato che condivide tutto, ansie e strategie… L’azione portata avanti in questi anni da Montante con tutti noi è un patrimonio che non può essere disperso”.

Ma al di là dei toni – a tratti enfatici, a tratti sfuggenti – con cui si commentano le vicende giudiziarie di Montante, resta agli atti l’idea che il vicepresidente di Confindustria aveva sull’Agenzia. Di più: l’idea di una riforma sostanziale, condivisa con i vertici delle istituzioni, sul destino da assegnare ai beni. “Lo strumento giuridico che regola la materia ha bisogno di essere aggiornato: ne servono di moderni e più snelli. L’Agenzia per i beni confiscati, nonostante l’impegno degli addetti e dei responsabili, non è in grado di superare i vincoli ingessanti”. Lo dice Montante nel 2012, lanciando dalle colonne del Sole24ore una proposta destinata a rivoluzionarne mission e organizzazione: “Un intervento normativo che porti una decisa semplificazione amministrativa, che velocizzi e renda più snelli gli iter di vendita e messa a reddito dei patrimoni confiscati”. Semplificazione, velocizzazione… bello. Ma come realizzarlo? “Bisogna portarli a reddito e per portarli a reddito bisogna affidarli o venderli ai privati attraverso procedimenti veloci…L’obiettivo fondamentale deve essere recuperare quanta più possibile liquidità… Confindustria, insieme allo Stato, potrebbe essere pronta ad intervenire per un obiettivo nobile di crescita. Io stesso, in qualità di Delegato per la legalità, mi considero a disposizione. Non sarebbe una cattiva idea quella di decidere di fare un primo esperimento, un progetto pilota, in un territorio scelto dove ci siano tanti beni confiscati”. Affidare o vendere immobili e aziende ai privati, il contrario dello spirito della legge che immagina, per quei beni, una restituzione alla collettività come ricchezza sociale, fruizione collettiva, usi pubblici. Eppure in molti, nelle stanze romane del Viminale e di Palazzo Chigi, si sperticano subito a lodare il progetto di Montante. Dubbi? Nessuno. “Sono sicuro che il presidente Montante non intende fare shopping di aziende confiscate” dice il prefetto Mario Morcone, primo direttore dell’Agenzia. Di quell’entusiasmo non resterà traccia quando si apprenderà che Montante, finalmente e trionfalmente cooptato nel direttivo per determinazione del ministro Alfano, è indagato per mafia. E verrà fuori che, forse, quell’idea di “far shopping delle aziende confiscate” non fosse poi così campata in aria, se è vero che Montante – ai tempi della sua proposta di riforma dell’Agenzia – si era già da tempo attrezzato. Come? Costituendo presso uno studio notarile di Caltanissetta il 20 settembre 2010 la “Tavolo per lo Sviluppo del Centro Sicilia”, un’associazione che all’art.4 dello Statuto annovera, tra i propri scopi sociali, pensate un po’, quello di “gestire i beni confiscati”. “Un obiettivo nobile di crescita” diceva Montante indicando con il dito se stesso: “Non sarebbe una cattiva idea quella di decidere di fare un primo esperimento, un progetto pilota, in un territorio scelto dove ci siano tanti beni confiscati”. Magari Caltanissetta, perché no?