Montagna Grande due anni dopo l’incendio

di Mario Torrente

Montagna Grande è diventata una grande cimitero di alberi bruciati. A poco più di due anni di distanza dal terribile incendio che ha distrutto qualcosa come ottocento ettari di area boscata, di quella meravigliosa distesa di verde che avvolgeva quasi tutta la montagna resta ben poco. Il bosco, per com’era prima del 31 luglio del 2020, non c’è più. Gli alberi sono ridotti a scheletri senza vita. Molti sono stramazzati per terra. Altri sono inclinati e potrebbero venir giù da un momento all’altro. Intere pinete sono state ridotte in cenere mentre nel terreno sono ancora ben visibili i segni del rogo dell’estate di due anni fa.

Ciò che colpisce è il contrasto tra il verde del sottobosco, che prova a riprendersi i suoi spazi ed il nero dei tronchi e delle piante carbonizzate. Qualche albero sta provando a resistere e nella parte alta ha un po’ di chioma verde. Ma in tutti gli altri rami sembra proprio che non scorra più clorofilla. La sensazione è di ritrovarsi in un bosco senza vita. Morto in molte delle sue sue parti. Moribondo in altre. Ma che, nonostante tutto, prova a reagire. Madre natura avrà bisogno di molti anni per fare il suo corso. Serviranno decenni. E sicuramente serviranno interventi mirati da un lato per togliere le piante ormai morte. Dall’altro ci sarà bisogno di procedere ad una seria opera di riforestazione.

Al momento di quello che un tempo era un grande polmone verde, più grande di Bosco Scorace, rimangono solo delle zone a macchia di leopardo. Quasi delle isole verdi, un po’ come a Bosco Scorace, dove lo scorso 18 agosto le fiamme hanno divorato oltre seicento ettari di verde. Su un totale di circa 750 ettari. Anche lì è rimasto poco e niente. Tutto devastato, come il versante di Sant’Anna di Monte Erice e mezzo bosco di Martogna, dove lo scorso 5 maggio sono andati a fuoco alberi antichi quasi mezzo secolo a suo tempo messi lì dopo le alluvioni degli anni Sessanta e Settanta per contrastare il rischio di frane in quel versante della montagna. Perché gli alberi, con le loro radici, trattengono il terreno, ancorandolo ed evitando di farlo venire giù.

Sempre ad Erice, le fiamme hanno devastato anche l’area demaniale di San Matteo, un’altra perla ambientale del territorio. Era il 25 luglio del 2021. Ancora oggi le ferite di quel rogo sono evidenti ed uno dei più antichi e suggestivi sentieri del Monte, che da Bonagia risale verso Erice, ha perso la sua caratteristica vegetazione e tutto il microcosmo di vita che lo rendeva unico. Oggi è avvolto tra le erbacee e le spine. Andrebbe quanto meno ripulito e sistemato. Con la speranza che tornino le essenze ed i profumi di un tempo.

Anche Monte Sparagio, la cima più alta della provincia di Trapani con i suoi oltre 1100 metri di altezza, si è ritrovato più volte avvolto nelle fiamme ed oggi interi suoi versanti presentano una paesaggio pressoché desertificato: gli alberi superstiti si contano sulle dita di una mano monca, circondati dal nulla. Niente verde, poche palme nane, ancora meno arbusti circondati. Eppure è una montagna bellissima che offre panorami mozzafiato tra il mare del Golfo di Macari e le terre dell’Agroericino, proiettando da un lato verso l’entroterra siciliano e dall’altro verso, Monte Erice, Trapani e le isole Egadi, con tante pietre misteriose che sembrano portare indietro nel tempo di millenni. Un Monte, lo Sparagio, oggi purtroppo devastato e “divorato” in più parti.

Ma la carrellata delle montagne e dei boschi massacrati dal fuoco e dalla mano dell’uomo è purtroppo lungo. Nell’elenco ci sono anche Monte Polizo, Inici, Pispisa, Bonigato e tanti altri promontori e zone da sogno che rappresentano in tutto e per tutto una miniera di bellezza e patrimonio naturalistico. Ma non solo. Dalle qui è passata tanta storia e spesso le pietre raccontano storie antichissime. In molti casi ancora da studiare ed approfondire. In altri tutte da scoprire, facendole “riemergere” da un lontano passato.

In ogni caso, tutto qui è una affascinante viaggio nel tempo e nella bellezza. Ed invece qui la narrazione, purtroppo, resta quella della devastazione e della distruzione provocata dalla mano dell’uomo. Con i boschi che si vanno riducendo sempre di più e la desertificazione che avanza di pari passo all’aumento delle temperature ed al cambiamento climatico. In tutto ciò gli alberi continuano a bruciare quando invece dovrebbero essere i primi alleati dell’uomo nelle nuove sfide del surriscaldamento globale. Che è anche locale. E piuttosto che piantarne di nuovi e riforestare campagne e montagne, si continua a far morire il territorio. I suoi alberi. La sua terra. La flora e la fauna.

Compresi tutti i piccoli insetti che contribuiscono a fare girare il motore della vita. Anche loro bruciano quando c’è un incendio. Assieme agli alberi ed a tutto il microcosmo di un sottobosco che si regge su delicati equilibri e che, rogo dopo rogo, possono saltare definitivamente. Dicendo così addio ai boschi. Ed a pagarne le conseguenze saranno le future generazioni, che non avranno nulla di cui ringraziarci. Tutt’altro…

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