La Grotta del Papa

Lo studio di Salvatore Grammatico che ha approfondito diverse pagine dei manoscritti dell'illustre storico ericino Vito Carvini sulla Grotta di San Gregorio, proprio sotto la chiesa medievale di Sant'Ippolito.

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di Mario Torrente

C’è un sottile filo che collega Castel Sant’Angelo con la piccola chiesa di Sant’Ippolito, nel versante orientale della montagna di Erice. Questa linea immaginaria intreccia leggenda, storia, fede e tradizione. Ad unire uno dei simboli di Roma con l’edificio di culto di Monte San Giuliano è uno dei più importanti pontefici della Chiesa, papa Gregorio Magno. Fu lui, nel 590 dopo Cristo, durante una processione per chiedere la fine di una terribile pestilenza nella Città Eterna, ad avere la visone dell’Arcangelo Michele sulla Mole Adriana, il grande mausoleo inizialmente destinato alla sepoltura dell’imperatore Adriano e poi diventato Castel Sant’Angelo. Prese questo nome proprio dall’apparizione dell’Arcangelo Michele mentre rinfoderava la spada, indicando così la fine della pestilenza. La leggenda vuole che sia stato lo stesso Papa Gregorio magno a fare posizionare una statua in legno nella parte più alta della Mole Adriana, proprio nel preciso punto dove apparì durante la processione. Sarebbe stata questa raffigurazione la prima delle sette statue che si sono susseguite nei secoli.

Qualche anno prima della leggendaria apparizione dell’Arcangelo Michele sulla Mole Adriana, San Gregorio Magno sarebbe stato in Sicilia. Ancora non era Papa e secondo una tradizione popolare tramandata nei secoli avrebbe vissuto per due anni in una grotta eremitica nel versante orientale della montagna di Erice. Da quel momento questo luogo venne venerato in ricordo di San Gregorio e molti secoli dopo sopra l’anfratto venne costruita la chiesa di Sant’Ippolito, un’autentica capsula del tempo arrivata ai giorni nostri con i suoi quasi mille anni di storia e che sicuramente meriterebbe molta più cura attenzione. Anche perché qui potrebbe avere vissuto uno dei più grandi papi della Chiesa.

La presenza di San Gregorio Magno ad Erice è stata documentata da Vito Carvini in uno suo manoscritto del 1600 dove si parla degli “abitatori d’Erice più famosi per dono di Santità”: dopo San Vito l’arciprete della Chiesa Madre inserisce proprio San Gregorio Magno, riprendendo una precisa tradizione popolare. Secondo quanto riferisce don Vito Carvini, in quel periodo il ricordo del sommo Pontefice, che sarebbe sbarcato in Sicilia da Bonagia, era ben radicato nella memoria degli ericini del tempo anche se a più di mille anni di distanza, essendo stato tramando da generazione in generazione. Tant’è che questo antro rimase legato alla figura di San Gregorio. E le sue pareti, riferisce sempre il Carvini del manoscritto numero 9, in origine erano affrescate con immagini della vita del Santo. Nel suo testo don Vito Carvini chiamò in causa proprio quanto sostenuto dagli anziani del tempo. Ricordando come da secoli quel “sacro ritiro” fosse un luogo di venerazione degli ericini.

Le pagine del manoscritto di Vito Carvini “Erice Antica e Moderna, Sacra e Profana” sono state studiate e riportare in una recente pubblicazione, ancora fresca di stampa, di Salvatore Grammatico. L’autore, un cultore e appassionato di storia, che di mestiere fa il medico ma col cuore sempre proiettato alla ricerca negli archivi, ha spulciato e letto carte e documenti, facendo anche diversi sopralluoghi e trascrivendo il contenuto dei manoscritti con l’obiettivo “di proporli come una solida base di studio sulla quale si possano svolgere in futuro degli approfondimenti da parte degli esperti nel settore storico-archeologico”, si è augurato Grammatico, che ha pure chiamato in causa, nei suoi riscontri, un’antica tradizione orale di alcuni anziani in ricordo della Grotta del Papa.

Anche Giuseppe Castronovo, nel manoscritto “Casati Nobili Ericini”, due secoli dopo il Carvini afferma come sia “ancora viva negli ericini la memoria del Sommo Pontefice”, parlando anche lui della Grotta di San Gregorio. Siamo nella seconda metà del 1800 ed in questo periodo, come raccontato dal Castronovo, questo luogo era ancora venerato dagli ericini. A mille e trecento anni di distanza da quando Gregorio sarebbe stato a Monte Erice, a quanto pare attorno al 575, a Sant’Ippolito era dunque ancora vivo il ricordo del passaggio da quella grotta del Papa, che secondo la tradizione durante la sua permanenza in Sicilia trasformò i castelli di proprietà della madre Silvia in sei monasteri.
Rientrato a Roma, il 3 settembre del 590 d.C. Gregorio diventò Pontefice. Ma prima, secondo i due storici Carvini e Castronovo ed in base ad una tradizione orale ericina, visse nella grotta eremitica che si trova sotto la chiesa medievale di Sant’Ippolito, probabilmente già frequentata in epoca Paleocristiana e Bizantina. E dove sarebbero passati anche gli Arabi.

Al suo interno ci sarebbero infatti i resti di un mihrab orientato a Sud-Est in direzione di della Mecca. Nel soffitto della caverna sono state trovare tracce di cielo stellato e la presenza di un arco interno, rivolto verso Levante, si potrebbe interpretare come un mhirab per la preghiera di mussulmani. Quando gli Arabi furono in Sicilia, dall’827 al 1091, la grotta potrebbe dunque essere stata un luogo di culto per i musulmani. Il condizionale, come ovvio, resta d’obbligo. Andrebbero fatti degli studi approfonditi da parte di archeologi ed esperti. Di sicuro c’è che in origine questa caverna era piena di affreschi e fino a tre anni fa, come ricordato da Grammatico nella sua ricerca corredata anche da documentazione fotografica, si vedevano delle stelle, alcune croci e dei cuori, “il simbolo della cristianità per eccellenza. Quindi questa grotta – ha sottolineato Grammatico – è stata un luogo di culto oltre che dei musulmani anche dei cristiani”. Diversi secoli dopo, sopra la grotta dove avrebbe vissuto Gregorio Magno prima di diventare Papa, venne costruita la chiesa di Sant’Ippolito.

Proprio qui, secondo una delle tante leggende della montagna che fu della dea Venere, apparve Sant’Ippolito dopo che il gran conte Ruggero ne chiese l’intervento durante un’imboscata degli arabi. Un po’ come successo con San Giuliano durante la battaglia che segnò la vittoria dei Normanni e la definitiva conquista di Erice, che tornò così ad essere cristiana. E secondo la tradizione tra le prime chiese ad essere costruite, in quello che proprio con i Normanni prese il nome di Monte San Giuliano, ci fu proprio quella di Sant’Ippolito. Il nucleo originario, a detta del Carvini, risalirebbe al 1076. L’illustre storico e arciprete della chiesa Madre di Erice, che conosceva benissimo questi luoghi visto che che per 32 anni fu economo di Sant’Ippolito, nei suoi manoscritti ha indicato la presenza di molti dipinti all’interno della grotta. E tra le immagini che coloravano l’anfratto, c’era anche quella di San Giovanni Battista, cultore dei boschi e degli eremiti, oltre che altri affreschi con figure di santi.

Tra l’altro nel 2005 la Grotta di San Gregorio venne studiata dall’architetto Giovanni Vultaggio, nell’ambito del progetto Kalat, rilevando proprio due strati di affreschi nelle pareti. È quindi possibile, come rimarcato da Salvatore Grammatico, che tra le sue fonti ha citato anche Vultaggio, “che al di sotto della malta ci sia ancora la possibilità di riscontrare altre figure, altre immagini”. Insomma, andrebbero fatti degli studi e soprattutto degli interventi di restauro per capire cosa si potrebbe ancora salvaguardare di questo antichissimo complesso costituito da una chiesa, che risalirebbe ai Normanni e da una grotta che fu luogo di eremitaggio dove, oltre ai primi Cristiani, ai Bizantini, ed agli Arabi, passò pure un Papa. Uno dei più importanti Pontefici della storia della chiesa: San Gregorio Magno, ricordato per l’impostazione che diede alla messa, la stessa pressappoco con la quale si tengono ancora oggi le celebrazioni, i canti gregoriani ma soprattutto per l’opera moralizzatrice portata avanti. Pensate un po’, affermò che il patrimonio della Chiesa apparteneva ai poveri e utilizzò i propri beni e quelli derivanti dalle donazioni a beneficio del popolo. Col suo denaro riscattò tanti schiavi e liberò Roma dall’assedio dei Longobardi pagando 5 mila libre d’oro.

Questa importante pagina di storia della Chiesa ha lasciato traccia anche nella montagna di Erice dalle parti di Sant’Ippolito, un complesso che rappresenta un patrimonio da salvaguardare e tutelare. E nel 2005, su input dell’architetto Giovanni Vultaggio e di Giovanni Catania, la chiesa di Sant’Ippolito, con un terreno circostante di circa 10 mila metri quadrati, venne acquistata dalla Provincia regionale di Trapani, con l’allora presidente Giulia Adamo dalla famiglia Barresi che a sua volta, su indicazione del professore Vincenzo Scuderi, alla fine degli anni Cinquanta l’aveva comprata da un pastore che la utilizzava come stalla e sua dimora. Grotta compresa.

Da qualche anno la chiesetta medievale è passata al Comune di Erice. Si resta in attesa del suo recupero, intercettando dei finanziamenti che ne possano permettere il restauro ed una seconda vista come polo culturale collegato alla rete sentieristica. L’intero complesso, tutelato da vincolo monumentale, boschivo, paesaggistico ed idrogeologico, anni addietro è stato infatti dato dalla Provincia in comodato d’uso al Comune di Erice che di recente ha eseguito alcuni lavori di messa in sicurezza per evitare cedimenti nella struttura della chiesa. Quando venne acquisito dall’amministrazione di Palazzo Riccio di Morana si puntava, attraverso uno studio di fattibilità, al suo recupero per destinarlo a “Spazio espositivo didattico-museale sulla sentieristica storica di Monte San Giuliano”. Sant’Ippolito, chiesetta legata ai culti benedettini e basiliani, si trova infatti in una posizione strategia dell’antico sistema viario della montagna, trovandosi a circa metà strada della Scala Soprana, poco sopra Caposcale.

Questo snodo intercettava i percorsi della Scala Sottana e di quella Soprana, oltre che la rotabile per San Marco. Da qui passava anche la Madonna di Custonaci durante i trasporti. Sant’Ippolito era uno dei punti di sosta con libagioni del corteo religioso. Parliamo insomma di un punto crocevia tra la cima del Monte e la sua valle. Mare compreso. E quella antichissima rete viaria, che ha visto scorrere millenni di storia, è stata studiata nel 1997 dallo stesso Giovanni Vultaggio nell’ambito del progetto Kalat. In quel periodo i campi organizzati dall’Archeoclub portarono avanti diverse attività nella montagna di Erice, anche lungo le Mura Elimo-Puniche, e nel 2005, dopo che subentrò la Provincia, oltre ad interventi di manutenzione, si fecero dei primi studi ed indagini archeologiche sotto il coordinamento dell’architetto Giovanni Vultaggio. In quel campo furono coinvolti 20 studenti di archeologia navale, oltre che quelli del liceo artistico, i soci dell’Archeoclub, diversi collaboratori scientifici della Soprintendenza e 6 volontari stranieri.

Dal quel monitoraggio emerse una superficie affrescata di 60 metri quadrati e sul muro perimetrale vennero individuati ben 4 diversi strati di affreschi. Sono stati individuate 17 figure ma quelle più importanti sono nelle nicchie orientali con due santi a cavallo: il primo raffigura San Giorgio mentre uccide un drago con una lancia mentre in quella a sud si tratterebbe di San Martino. O dello stesso Sant’Ippolito. Nell’altare ad est c’era invece l’immagine della Vergine della Pietà.

Una curiosità. Sempre leggendo lo studio del Kalat, viene fuori che negli affreschi i santi non sono armati ma solo uno di loro tiene in mano una pergamena. Nella processione raffigurata invece nella vicina chiesa di Santa Maddalena, ormai ridotta in ruderi, i santi sono invece tutti armati. Tra l’altro in questa zona, sempre oggetto di studio nell’ambito del Kalat e caratterizzata dai tipici terrazzamenti arabi, è stata ipotizzata la presenza di un centro abitato altomedievale. Si potrebbe trattare del “Rabato” riportato in un documento del 1552 dove si parla di un centro abitato degli arabi posto al di fuori della città normanna. Ma anche qui andrebbero fatti scavi archeologici e ricerche. Magari riprendendo le attività portate avanti dal Kalat negli anni Novanta con i suoi campi di studenti. Un’esperienza che per un po’ ha allineato Erice a modelli di studio nord europei. E proprio durante una campagna di scavi condotti nell’ambito del Kalat da Emanuele Canzoneri, con l’archeoclub di Campobello di Licata, si fecero delle indagini archeologiche su Sant’Ippolito, ma non venne rivenuto materiale anteriore al 1300. L’attribuzione normanna di Sant’Ippolito è infatti del Carvini e del Cordici. Ma appare evidente come tutta quest’area sia da studiare approfonditamente. Chissà cosa verrebbe fuori da una campagna di scavi fatta come si deve.

Insomma, questo versante di Monte San Giuliano pulsa di storia da ogni angolo. Il tutto in un contesto di una bellezza spiazzante con una superba visione che spazia dal golfo di Bonagia a Monte Cofano. Per poi addentrarsi nel grande territorio dell’Agroericino, con le sue montagne e le cime che svettano verso il cielo in una luce davvero impareggiabile.
Un panorama davvero degno di un Papa!

La chiesa medievale di Sant’Ippolito

I ruderi di Santa Maddalena

(Foto Mario Torrente)