«Il movente dell’omicidio Francese è sicuramente ricollegabile allo straordinario impegno civile con cui la vittima aveva compiuto un’approfondita ricostruzione delle più complesse e rilevanti vicende di mafia degli anni ’70». Le motivazioni della condanna nella sentenza d’appello per l’omicidio del giornalista Mario Francese scolpiscono nella storia le ragioni del suo assassinio, avvenuto la sera del 26 gennaio 1979 per mano di Leoluca Bagarella e su ordine della cupola mafiosa.

Per l’omicidio del cronista del Giornale di Sicilia sono stati condannati, oltre a Bagarella: Totò Riina, Raffaele Ganci, Francesco Madonia, Michele Greco e Bernardo Provenzano. Gli articoli di Francese scuotevano le coscienze, davano fastidio, animavano dibattiti e seminavano dubbi, soprattutto sulla grande operazione politico-imprenditoriale attorno all’acquisizione dei terreni per la costruzione della diga sul Lago Garcia. Un progetto che, nel giro di dieci anni, avrebbe fatto intascare ai clan palermitani quasi un terzo dei 17 miliardi di lire stanziati dallo Stato attraverso la Cassa per il Mezzogiorno per la costruzione della ”faraonica” diga.

Francese fu ammazzato a 54 anni perché aveva capito tutto e nei suoi articoli aveva cominciato a fare nomi e cognomi di personaggi che le cronache giudiziarie avrebbero definito “mafiosi” solo negli anni ‘80 e che egli collocò ai vertici della cupola mafiosa, definendola “commissione” ben prima che tutto ciò finisse in atti giudiziari. Il suo metodo di lavoro: “Leggi bbono i carti e parra cca ggenti (leggi bene le carte e parla con la gente)”.