La Corte di Cassazione ha annullato la condanna a quindici anni di reclusione inflitta all’imprenditore trapanese Matteo Bucaria, disponendo un nuovo processo davanti alla Corte d’Appello.
Una sentenza che rimette tutto in discussione, dopo oltre dieci anni di indagini, accuse, ricostruzioni e contraddizioni.
Bucaria era stato indicato come il mandante dell’agguato al cognato Domenico Cuntuliano, avvenuto nel marzo 2013 nelle campagne trapanesi. A sparare – secondo le sentenze di primo e secondo grado – fu Gaspare Gervasi, ex operaio comunale, già condannato a dodici anni come esecutore materiale.
Un agguato maturato, per l’accusa, dentro le tensioni familiari e le ombre di vecchi contrasti economici.
La difesa, però, non ha mai smesso di parlare di un impianto fragile, costruito su dichiarazioni contraddittorie e su un movente mai davvero provato. Gervasi, il “pentito” dell’agguato, avrebbe raccontato che Bucaria gli aveva promesso 50 mila euro per uccidere il cognato. Ma, secondo i legali, l’arma indicata dall’ex operaio sarebbe stata inutilizzabile e l’intera vicenda poggerebbe su “sabbie mobili”.
Cinque i motivi di ricorso presentati alla Suprema Corte: dal movente economico definito inconsistente, alla scarsa attendibilità di Gervasi, fino all’assenza di prove concrete del presunto mandato di morte.
La Cassazione ha accolto i rilievi, annullando la condanna e rinviando a un nuovo giudizio d’appello.
Bucaria, che ha sempre proclamato la propria innocenza, resta ai domiciliari in attesa della nuova udienza.


















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