Le magliette blu dell’associazione Progetto per il dopo di noi, quelle bianche indossate dai compagnetti, lo striscione con il volto sorridente di Alessandro in piscina. Un sorriso che oggi pesa come una montagna.
Dentro la Cattedrale di San Lorenzo, gremita fino all’ultimo banco, il silenzio è denso, irreale. Si spezza solo per i singhiozzi di una insegnante, poi per quell’applauso lungo, struggente, quando la bara bianca entra lentamente in chiesa.
Aveva solo dieci anni Alessandro. Una tragedia inspiegabile lo ha strappato all’affetto dei suoi cari, della scuola, di un’intera comunità che da giorni vive sospesa tra incredulità e dolore.
Un volo dal quinto piano, la corsa disperata verso l’ospedale Sant’Antonio Abate, poi il trasferimento al Di Cristina di Palermo. E intanto una città intera restava aggrappata alla speranza, alle preghiere, al miracolo che non è arrivato.
I medici hanno fatto di tutto, ma le ferite erano troppo gravi. Alessandro si è spento lentamente, lasciando dietro di sé un vuoto che nessuna parola potrà mai colmare.
Oggi Trapani si è fermata per lui. Per quel bambino dal sorriso che scaldava il cuore. Un bambino speciale che amava il mare e la vita.
Ad officiare il rito, il vescovo Pietro Maria Fragnelli. “Pensiamo – ha detto durante l’omelia – all’abbraccio con cui fu accolto alla nascita. Pensiamo all’abbraccio della Chiesa nel giorno del battesimo. Pensiamo all’abbraccio festoso dei compagni di scuola, con cui ha camminato e ha condiviso le gioie e le fatiche dell’apprendere”. “Pensiamo – ha aggiunto Fragnelli – agli operatori che l’hanno accompagnato nella difficile arte dell’autonomia possibile nella sua vicenda, pur tra le inevitabili limitazioni. Pensiamo all’ospedale, dove ha consegnato l’estrema sua vulnerabilità fino alla morte ormai ineluttabile. Pensiamo infine all’abbraccio della nostra città, scioccata, stordita dalla notizia del suo addio anche a chi non l’aveva mai conosciuto”.
Durante la funzione religiosa, le parole delle maestre e delle terapiste Aba hanno commosso tutti. “Ci hai insegnato ad essere pazienti”, “Sei stato un dono”, “Grazie per il tuo sorriso dolce”. Frasi semplici, ma piene di un amore sincero.
E mentre la bara esce tra due ali di folla e al cielo si alzano tanti palloncini bianchi, l’applauso si leva ancora una volta, come un abbraccio collettivo, come un modo per dire addio. E per non dimenticare. (Lto)


















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