di Fabio Pace

Comanda ancora Matteo Messina Denaro, ma il suo potere, per quanto indiscusso, comincia a mostrare delle crepe. Riemergono vecchi mafiosi del passato, usciti di galera ma con l’aspirazione a ricostruire il tessuto criminale smantellato dagli investigatori, piegato da sequestri e confische. La struttura organizzativa è quella “tradizionale” che abbiamo imparato a conoscere dalle cronache giudiziarie: 4 mandamenti (Trapani, Alcamo, Mazara del Vallo e Castelvetrano) in cui operano 17 famiglie mafiose. «Le posizioni di vertice dei mandamenti di Trapani e Alcamo – scrive la DIA – risultano stabilmente detenute da noti esponenti delle storiche famiglie mafiose con un sistema di successione quasi dinastico, mentre quella di Castelvetrano continua a fare riferimento al latitante Matteo MESSINA DENARO». È a Mazara del Vallo che la morte di Mariano Agate ha reso più fluida la situazione, sebbene non vi siano segnali di conflittualità che potrebbero sfociare nella violenza delle pistole e delle lupare. Altro segnale indicativo della politica di “sommersione” della mafia trapanese, e più in generale della Sicilia Occidentale. «In tale mandamento (Mazara del Vallo, ndr), infatti – scrivono gli analisti della DIA -, come anche nell’ambito della dipendente famiglia di Marsala, la questione della reggenza sta attraversando una fase di transizione […]. Allo stato, tuttavia, non si evidenziano criticità che lascino ipotizzare un conflitto interno tra fazioni». Il superlatitante Matteo Messina Denaro sta facendo pagare un prezzo molto alto all’organizzazione. Benché il suo ruolo sia indiscusso, non mancano per la DIA segnali di insofferenza e scontento per «[…] una gestione di comando troppo impegnata a curare una sempre più problematica latitanza e a fronteggiare la forte e costante pressione determinata dalle attività info-investigative finalizzate, in larga parte, a disarticolare l’ampia rete di protezione di cui il latitante gode da decenni». Una necessità, l’impegno alla copertura della latitanza, cha ha anche un prezzo in termini economici: la limitata la capacità pervasiva di cosa nostra nel mondo imprenditoriale. Capacità pervasiva che però è ancora il tratto distintivo di “cosa nostra”, come il procuratore Lo Voi ha più volte ribadito ricordando il perverso legame tra mafia, pezzi inquinati della politica e della pubblica amministrazione e l’immancabile massoneria deviata. Assume quasi la connotazione del trattato sociologico la sintetica disamina della operazione “Cutrara” in cu si mettono in antitesi “vecchi” e “nuovi” mafiosi, con i primi che tornano all’antico ruolo di “risolutori di controversie” (alla maniera della antica mafia dei campi), che si lamentano della fine della “vera mafia”, che vagheggiano di possibilità di riallacciare antichi legami (la famiglia mafiosa di Castellammare era storicamente legata con i Bonanno di New York). Le dieci pagine di relazione della DIA sulla provincia di Trapani si concludono con una valutazione sul rapporto tra la mafia e le piccole organizzazioni di criminalità comune (spaccio, reati predatori, favoreggiamento della immigrazione clandestina, contrabbando) che vengono tollerate «in ragione della loro marginalità».

Ci sono anche le altre mafie

La relazione della DIA sviluppa una analisi di contesto generale sulla criminalità organizzata dell’intero Paese. Seicento pagine che hanno l’obiettivo di «rendere noto anche all’opinione pubblica quanto siano ancora presenti, invasive e pericolose le mafie, delle quali è sempre più palpabile la forza di condizionamento dell’intero tessuto economico nazionale ed estero». Un’analisi complessa, che per essere il più possibile esaustiva poggia sugli elementi informativi raccolti dalla DIA, dalla Polizia di Stato, dall’Arma dei Carabinieri, dalla Guardia di Finanza e dal Corpo di Polizia Penitenziaria. Oltre a prendere in esame le tre grandi organizzazioni criminali (cosa nostra, ‘ndrangheta, camorra), la relazione accende i riflettori anche sulla loro proiezione nel centro e settentrione d’Italia e sulla presenza delle mafie straniere: albanese, cinese, nigeriana, romena, e quelle organizzazioni per le quali ancora, processualmente, non è stata riconosciuta l’aggravante mafiosa ma la cui strutturazione criminale è assimilabile alle mafie: criminalità proveniente
dai Balcani e dai Paesi ex Urss; Criminalità Nord-Centro africana; Criminalità da Paesi
estremo-oriente e sud-est asiatico; Criminalità Sudamericana

PER APPROFONDIRE

Dal sito internet della Direzione Investigativa Antimafia è possibile scaricare la relazione integrale della DIA relativa al primo semestre 2020, nonché le precedenti relazioni riferite agli anni precedenti (fai click su questo link).

Di seguito vi proponiamo la lettura del capitolo che la DIA dedica alla organizzazione criminale “cosa nostra” nella provincia di Trapani. Per un ulteriore approfondimento rimandiamo alla lettura del documento originario che riporta a piede di pagina numerose interessanti note, impossibile da riportare in questa sede per la complessa articolazione del testo che ne deriverebbe.

(la redazione di Telesud)

L’organizzazione “cosa nostra” nella provincia di Trapani

Cosa nostra trapanese è storicamente connessa con quella palermitana. Essa manifesta analogo ordinamento gerarchico, identiche modalità operative e tendenzialmente sovrapponibili settori d’interesse. Agisce secondo la consueta logica mafiosa ed è caratterizzata da un familismo particolarmente accentuato. Disciplinate da regole vincolanti, le organizzazioni mafiose trapanesi non presentano segnali di mutamento organizzativo, strutturale o di leadership, ed hanno inoltre maturato la consapevolezza dell’inopportunità, pur nella disponibilità di armi, di promuovere conflitti, come eloquentemente si legge nella frase di un importante uomo d’onore di Castellammare, emersa nell’ambito di una recente investigazione: non c’è “più nessuno disposto a fare una cosa di questa… i tempi sono diversi”. Forti sono la pervasività e la pressione esercitate sul tessuto economico e sociale trapanese dalle consorterie mafiose che, facendo leva su una diffusa situazione di disagio dovuta alla limitata presenza di iniziative economico–produttive e aggravata dall’attuale crisi pandemica, continua a trovare agevolmente reclute per la manovalanza. L’insufficienza di servizi e l’endemica carenza di occupazione facilitano le consorterie nei rapporti con la popolazione che, a seconda dei casi, viene approcciata con i tipici meccanismi dell’assoggettamento o del welfare mafioso descritto nel paragrafo iniziale. Nel contesto trapanese cosa nostra conferma la tendenza ad esercitare la propria attività egemonica nel territorio seguendo due direttrici distinte. La prima, più tradizionale, fa leva sull’esercizio della forza intimidatrice e le consente di mantenere il controllo nelle aree di elezione, l’altra, derivante da una strategia più moderna ma ormai ampiamente consolidata, vede la consorteria perseguire politiche affaristiche aventi connotazioni sempre più sofisticate, operando su un livello più elevato che coinvolge l’imprenditoria, gli apparati amministrativi e la politica. Ne costituiscono testimonianza le numerose attività investigative che, nel corso degli anni, hanno fatto luce su accordi corruttivi i cui protagonisti sono risultati politici, funzionari, dirigenti e imprenditori, a vario titolo accusati di associazione mafiosa, corruzione, autoriciclaggio e intestazione fittizia di beni. Infatti, anche la mafia trapanese, silente e mercatistica, privilegia un modus operandi collusivo-corruttivo ricercando patti basati sulla reciproca convenienza. Essa si caratterizza per la forte capacità di infiltrare vari settori d’impresa attuando una gestione sempre più “manageriale degli interessi criminali”. Una valutazione d’analisi confermata dal Procuratore Distrettuale Antimafia, Francesco LO VOI che, con riferimento alla mafia trapanese, ha evidenziato come “…Alcune indagini poi, hanno svelato intrecci e cointeressenze tra il mondo imprenditoriale più vicino a cosa nostra trapanese e il mondo della politica, con …misure cautelari ed imputazioni nei confronti di ex deputati regionali e nazionali, esponenti politici locali e canditati nelle diverse competizioni elettorali. Certamente grave e inquietante, anche al di là della rilevanza penale delle singole condotte, la riservata interlocuzione, registrata nel corso di diverse indagini preliminari, tra esponenti mafiosi e amministratori locali. Consistenti pure le emergenze relative ai rapporti con alcuni dirigenti della burocrazia regionale, coinvolta, … in vicende corruttive di notevole rilievo. Storico e peculiare, poi, il legame “mafia-massoneria-politica”. In seno alle logge massoniche occulte o deviate può infatti annidarsi un vero e proprio “potere parallelo” in grado di inquinare l’attività amministrativa e la gestione della cosa pubblica, costituendo una temibile turbativa per le istituzioni e la collettività. Al riguardo, va rammentata l’operazione “Artemisia” con la quale è stata smantellata, a Castelvetrano, una loggia segreta di cui facevano parte politici e professionisti che riuscivano ad orientare non solo le scelte del Comune, ma anche nomine e finanziamenti a livello regionale.

La struttura criminale mafiosa continua ad essere articolata su 4 mandamenti: Trapani, Alcamo, Mazara del Vallo e Castelvetrano. Questi, a loro volta, sono suddivisi in 17 famiglie. Le posizioni di vertice dei mandamenti di Trapani e Alcamo risultano stabilmente detenute da noti esponenti delle storiche famiglie mafiose con un sistema di successione quasi dinastico, mentre quella di Castelvetrano continua a fare riferimento al latitante Matteo MESSINA DENARO. Più dinamica appare la situazione del mandamento di Mazara del Vallo il cui rilievo negli equilibri di cosa nostra è tradizionalmente significativo avendo rappresentato, nel passato, una delle articolazioni mafiose più importanti per l’affermazione della leadership corleonese. In tale mandamento, infatti, come anche nell’ambito della dipendente famiglia di Marsala, la questione della reggenza sta attraversando una fase di transizione. Dopo la morte per cause naturali dell’esponente di vertice del sodalizio, avvenuta nel luglio 2017, recenti operazioni hanno infatti colpito numerosi soggetti ai vertici dell’organizzazione. Allo stato, tuttavia, non si evidenziano criticità che lascino ipotizzare un conflitto interno tra fazioni. Si rammenta, inoltre, come una delle cinque storiche famiglie mafiose operanti a New York sia originaria di un paese della provincia, Castellammare del Golfo105, inserita nel mandamento di Alcamo. Se le attività investigative nella vicina Palermo hanno da tempo fatto emergere rinnovati contatti tra cosa nostra e la similare organizzazione statunitense ed il definitivo superamento “…della frattura (sino a poco tempo addietro ritenuta incolmabile) fra “corleonesi” e “perdenti”, nel semestre in esame, altre indagini hanno documentato nel trapanese i contatti intercorsi tra il capo della famiglia di Castellammare ed esponenti della famiglia Bonanno di New York, attraverso “…diversi incontri avuti dal boss con soggetti italoamericani di origine castellammarese, inseriti nel contesto mafioso statunitense…”. In particolare, il boss di Castellammare del Golfo avrebbe evidenziato la sussistenza di interlocuzioni di “affari”, tanto da affermare “…In America ti mando, in un posto a lavorare e guadagnare soldi, assai però!!”. Nell’ambito generale della provincia, Matteo MESSINA DENARO, anche se latitante dal 1993, costituisce ancora la figura criminale più carismatica della mafia trapanese. Capo mandamento di Castelvetrano e rappresentante provinciale di Trapani, egli rimane, nonostante le difficoltà correlate con lo stato di latitanza, il principale punto di riferimento per le questioni di maggiore interesse dell’organizzazione, per dirimere e ricomporre controversie e per nominare i vertici delle diverse articolazioni della provincia, come confermato dal Procuratore Distrettuale Antimafia di Palermo, Francesco Lo Voi, il quale evidenzia come “… In provincia di Trapani, le indagini coordinate dalla DDA dal 1° luglio 2109 al 30 giugno 2020 hanno registrato ancora il potere mafioso saldamente nelle mani della famiglia MESSINA DENARO che, come è dimostrato da numerosi atti giudiziari oramai irrevocabili, vanta un elevato novero di suoi componenti che hanno ricoperto e ricoprono tutt’ora ruoli di assoluto rilievo all’interno dell’intera provincia mafiosa trapanese”. Occorre, tuttavia, ribadire che, benché “u siccu” continui a beneficiare di un solido e diffuso sentimento di fedeltà da parte di molti sodali, non mancano segnali di insofferenza. Infatti, alcuni affiliati sono scontenti di una gestione di comando troppo impegnata a curare una sempre più problematica latitanza e a fronteggiare la forte e costante pressione determinata dalle attività info-investigative finalizzate, in larga parte, a disarticolare l’ampia rete di protezione di cui il latitante gode da decenni. L’esecuzione di consistenti confische ha infine colpito gli asset della consorteria, i numerosi prestanome e gli imprenditori collusi con cosa nostra, limitandone la capacità di interlocuzione col mondo imprenditoriale. Nel senso si evidenzia, per il semestre, l’operazione “Ermes fase 3”, conclusa dalla Polizia di Stato il 20 giugno 2020 con l’arresto di n. 2 soggetti, entrambi di Campobello di Mazara, indagati per associazione di tipo mafioso ed estorsione. Significativo della diretta partecipazione di MESSINA DENARO alle dinamiche criminali della provincia è la presenza, quale indagato nel suddetto procedimento penale, del predetto latitante per concorso in un tentativo di estorsione che un sodale avrebbe posto in atto per accaparrarsi la disponibilità di un fondo agricolo esibendo uno scritto attribuito a “u siccu” per dare maggiore valenza alla richiesta estorsiva. Risulta, infatti, che “in concorso morale e materiale tra loro, mediante minaccia anche implicita derivante dalla loro appartenenza a “cosa nostra” e posta in essere altresì a mezzo di una lettera intimidatoria, trasmessa da Matteo MESSINA DENARO e materialmente consegnata da …Omissis… a …Omissis…, minacciavano l’incolumità personale dei suddetti …Omissis…e dei loro figli”. Gli esiti investigativi hanno, del resto, nuovamente portato alla luce il fitto sistema di comunicazione messo in piedi dal boss ricercato per continuare a “dirigere” il sodalizio. In particolare, è stato documentato come uno degli indagati, elemento di spicco di cosa nostra trapanese, fosse “un punto di riferimento nel segreto circuito di comunicazioni finalizzate alla veicolazione della riservata corrispondenza del latitante Matteo MESSINA DENARO”. Gli arresti di tali fiancheggiatori si aggiungono ai tanti altri eseguiti, nel corso degli anni, nell’ambito delle incessanti azioni di contrasto che hanno colpito anche numerosi congiunti (alcuni cognati – uno dei quali recentemente scarcerato e un altro deceduto in carcere – il fratello – anch’egli recentemente tornato in libertà – alcuni cugini, la sorella ed alcuni nipoti) che sono andati, nel tempo, susseguendosi alla guida dell’organizzazione trapanese. Si deve, poi, tener conto come soggetti tornati in libertà dopo aver espiato la pena per associazione mafiosa, analogamente a quanto descritto per la provincia di Palermo, possano riprendere
il loro “vecchio” ruolo all’interno dell’organizzazione mafiosa. In tal senso, nel semestre, depongono gli esiti dell’operazione “Cutrara”, conclusa il 16 giugno 2020 dai Carabinieri con l’arresto di n. 14 soggetti considerati affiliati alla famiglia di Castellammare del Golfo e ritenuti, a vario titolo, responsabili di associazione mafiosa, estorsione, favoreggiamento, violazione della sorveglianza speciale. L’indagine, avviata a seguito della scarcerazione di un boss della predetta articolazione mafiosa, ha consentito di ricostruire l’assetto e l’organigramma della consorteria. In particolare, è stato appurato come detta famiglia esercitasse sul proprio territorio “…un controllo diretto e indiretto delle attività economiche, in particolare nel settore agricolo ed edilizio. Ciò attraverso una serie di estorsioni commesse mediante l’intimidazione mafiosa e finalizzate all’acquisizione dei lavori commissionati da privati…”. Inoltre, è stato accertato “…l’intervento mafioso sulla risoluzione delle questioni, economiche e non, fra privati, in totale sostituzione alle
Istituzioni a ciò preposte”
. Altro aspetto confermato dalle risultanze investigative è quello dei rapporti di collaborazione tra le famiglie, anche appartenenti a diversi mandamenti, come emerso, nella circostanza, per alcuni componenti della cosca trapanese che avevano ricercato l’appoggio di quella di Castellammare del Golfo.

La capacità di cosa nostra trapanese di concludere “affari” con famiglie operanti in altre province siciliane è emersa, con riferimento al mandamento di Mazara del Vallo, nel corso dell’operazione “Vento di scirocco” eseguita tra Catania e Trapani. L’investigazione, relativa ad un traffico di prodotti petroliferi, ha evidenziato il ruolo del fratello di un noto ergastolano considerato il: “…trait d’union tra gli esponenti mafiosi catanesi e quelli di area palermitana e trapanese al fine di assicurare canali sempre nuovi e redditizi attraverso i quali realizzare il contrabbando di carburante”. Pur non registrandosi nel semestre operazioni antidroga di particolare rilevanza il traffico di sostanze stupefacenti, spesso condiviso con altre organizzazioni malavitose, resta tra le principali fonti di guadagno per cosa nostra. L’attualità dell’interesse mafioso verso tale illecito è stata da ultimo confermata da un’indagine che, alla fine del 2019, ha consentito di smantellare un’organizzazione dedita all’importazione, lungo la tratta Marocco – Spagna – Italia, di ingenti quantitativi di hashish successivamente distribuiti sul territorio nazionale. Ulteriore settore che suscita un notevole interesse criminale è quello dell’infiltrazione degli appalti pubblici. L’ingerenza, in genere, si manifesta attraverso sistemi collusivi-corruttivi, che
coinvolgono amministratori pubblici e/o aziende “municipalizzate”, per agevolare, mediante il ricorso a procedure di urgenza per l’affidamento diretto dei lavori, imprese riconducibili a soggetti collusi con l’organizzazione mafiosa. Nel semestre in argomento, nel territorio di Calatafimi Segesta, sono state accertate connivenze tra esponenti di vertice dell’Amministrazione comunale ed alcuni appartenenti al locale Corpo di Polizia municipale coinvolti in un sistema di corruttele e di abusi finalizzati ad agevolare gli interessi economici di un noto imprenditore.

Inoltre, varie sono state le attività della DIA finalizzate all’emissione di decreti di sequestro e confisca di patrimoni illecitamente acquisiti dall’organizzazione mafiosa. In particolare, il 7 febbraio 2020 è stata eseguita la confisca, per un valore complessivo stimato in circa 200 mila euro, di una parte dei beni già sottoposti a sequestro anticipato in quanto ritenuti riconducibili ad un soggetto che – per diversi anni a capo del mandamento di Mazara del Vallo – è stato condannato per associazione mafiosa, per traffici illeciti di stupefacenti, nonché per diversi omicidi. Il successivo 9 marzo 2020 sono state sequestrate, per un valore di circa 6 milioni di euro, alcune società ed altri beni riconducibili ad un soggetto di Castelvetrano, intraneo a cosa nostra trapanese e vicino a Matteo MESSINA DENARO. Il 28 maggio 2020 personale della DIA di Trapani ha eseguito un sequestro di beni mobili ed immobili, rapporti bancari, quote societarie ed una azienda, per un valore complessivo stimato in 300 mila euro, nei confronti di un imprenditore castelvetranese operante nel settore del gioco e delle scommesse, indagato per associazione di tipo mafioso e concorso esterno in associazione di tipo mafioso. Si segnala, infine, in continuità con i precedenti semestri, la persistente presenza e l’operatività nel territorio trapanese di piccole formazioni criminali autonome, attive soprattutto nella commissione di reati predatori, e quella dei sodalizi di matrice straniera, dediti, in particolare, al favoreggiamento dell’immigrazione clandestina, al contrabbando di sigarette e allo spaccio “al minuto” di sostanze stupefacenti, generalmente tollerati da cosa nostra in ragione della loro marginalità. Al riguardo, alla fine del 2019, nell’ambito di una più ampia operazione che ha riguardato altre aree del territorio nazionale, è stato tratto in arresto un nigeriano ritenuto associato ad una “cellula reticolare” della “fratellanza”, denominata “SUPREME VIKINGS CONFRATERNITY”.

In conclusione, è possibile ritenere che, nel breve periodo, la forte coesione delle compagini mafiose e la capacità di supportarsi reciprocamente per il raggiungimento di un interesse comune, escludano momenti di conflittualità anche per ciò che attiene alla spartizione del potere e delle competenze negli “affari” illeciti. Cosa nostra trapanese continuerà, quindi, a ricorrere alla corruzione e a reclutare manodopera negli strati meno abbienti, facendo leva sulle diseguaglianze socio-economiche e sulla difficoltà delle attività produttive del territorio.