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Il giorno del ricordo del naufragio dell’Espresso Trapani

di Mario Torrente

Oggi ricorre l’anniversario del naufragio dell’Espresso Trapani. Sono passati 31 anni da quella terribile tragedia dove morirono tredici persone. E dopo decenni di silenzi e mancate commemorazioni adesso c’è almeno una strada che ricorda quei tredici morti, sette dei quali mai restituiti dal mare. L’intitolazione, fatta lo scorso anno dal Comune, di una via nei pressi del porto peschereccio in memoria delle vittime di quella terribile tragedia permetterà di potere lasciare un fiore sotto una targa con scritto “Espresso Trapani”. Per chi vorrà, facendo anche una preghiera. Ricordando così chi ha perso la vita nel grande traghetto colato a picco a poche miglia da porto di Trapani.

Era il 29 aprile del 1990. L’Espresso Trapani era ormai prossimo ad arrivare in città dopo essere partito da Livorno ed avere navigato per tutto il mar Tirreno. A bordo c’erano 52 persone e 66 camion. La nave non viaggiava a pieno carico. E le condizioni meteo erano ottime, con mare calmo e visibilità ottima. Quando ormai erano imminenti le operazioni di ormeggio, il grande traghetto della Conatir si inclinò, affondando nel giro di pochi minuti. Portandosi negli abissi sette persone. I morti furono in tutto tredici, ma sette corpi non furono mai restituiti. Probabilmente rimasero intrappolati nel relitto della nave, affondata in un giorno di mare calmissimo, mentre che a Trapani si festeggiava “Santu Patre”, patrono dei marittimi. Con la grande statua di San Francesco di Paola in processione per le vie della città. Ma quel giorno non ci fu festa. Solo lacrime e dolore per quelle vite spezzate. Quel 29 aprile ha segnato un’intera città.

Appena si seppe dell’affondamento dell’Espresso Trapani tutti i pescherecci uscirono per aiutare i soccorsi e cercare i dispersi. I superstiti furono 39. E nei loro racconti ci sono tutti i concitati minuti della disgrazia. Il panico. La lotta per la vita. I cadaveri visti galleggiare. La paura di non farcela. L’avere visto la morte con gli occhi. Pochi giorni dopo nel relitto scesero anche i sub per cercare i corpi che mancavano all’appello. Intervenne la Marina con un piccolo sottomarino. Ma non fu trovato nessuno dei sette dispersi. E tante domande su quel naufragio rimasero senza risposta.

Di sicuro c’è che fu la più grave tragedia del mare che si sia consumata davanti le coste trapanesi negli ultimi decenni. Una sciagura che, per molti aspetti, resta avvolta dal mistero. La nave, quasi arrivata a Trapani, dopo aver virato a sinistra per allinearsi all’imboccatura del porto, sbandò sul lato destro. Il grande traghetto, lungo ben 112 metri, si inclinò paurosamente a dritta. Fu vano ogni tentativo del comandante Bertolino di riportare in asse la nave. L’Espresso Trapani venne inghiottito dal mare nel giro di quindici minuti. Finendo ad oltre cento metri di profondità. Il tutto a circa un miglio dallo scoglio Porcelli. Proprio davanti la città. La nave era praticamente quasi arrivata a destinazione. Da lì a breve il pilota sarebbe salito a bordo per iniziare le operazioni di ormeggio. Ma quel giorno non venne calata l’ancora. Nessuna cima fu lanciata in banchina per attraccare. Ed il portellone di poppa non si aprì per fare scendere camion, passeggeri ed equipaggio. È rimasto chiuso per sempre nella profondità degli abissi. Col suo carico di camion. E di vite.

Quella nave così robusta di appena sette anni, costruita in Spagna e che navigò anche nelle acque tempestose del Nord Europa per una compagnia norvegese, colò a picco in una domenica di bonaccia senza un filo di vento ed il mare piatto come l’olio. Portandosi con sé, quasi sicuramente, i sette corpi dei dispersi, mai trovati. Tra loro il comandante Leonardo Bertolino, al suo ultimo viaggio prima della pensione, ed il direttore di macchina Gaspare Conticello. I due ufficiali più alti in grado dell’Espresso Trapani affondarono con la loro nave. Oltre al comandante Leonardo Bertolino ed al direttore di macchina Gaspare Conticello, non furono mai recuperati anche i corpi di Ignazio Mauro, Claudio Merlino, Giovanni Maranzano, Antonino e Salvatore Mirabile. Sono rimasti per sempre nel grande “cimitero del mare”. A bordo c’era anche la moglie del comandante Bertolino, Rosa Adragna, anche lei nell’elenco delle tredici vittime di quella terribile sciagura assieme a Francesco Gianquinto, Giuseppe Fonte, Filippo Randazzo, Michele Caruso e Francesco Lombardo, che vennero però recuperati dal mare. Trovando degna sepoltura a terra.

Del resto, per dirla con le parole di padre Adragna, “Trapani ha due cimiteri: uno sulla terraferma, l’altro è il cimitero del mare”. E magari, prima o poi, in questa città marinara, che pulsa di salsedine fino al midollo, si riuscirà a realizzare un monumento per ricordare chi è morto in mare. Chi non ha fatto più ritorno a casa o chi, con il proprio carico di speranze e sogni, non è riuscito ad approdare in Sicilia. A Trapani non c’è un vero e proprio “luogo della memoria” che racconti le storie dei tanti marittimi, pescatori, uomini e donne, di ogni mestiere, nazionalità e colore della pelle, che il mare ha voluto per sempre con sé. E l’unico modo di tenerne viva la memoria è di raccontarne la storia. Ricordandone i nomi. Le navi ed i pescherecci dove erano imbarcati. Come l’Espresso Trapani, il “Città di Trapani”, il “Moby Prince”, il “Maria Stella”, il “Karol Wojtyla”, l’”Agostino Padre” ed il “Ligny Secondo”. Tanto per ricordarne qualcuno. L’elenco è molto lungo e potrebbe prendere forma in un monumento in ricordo di tutti i morti in mare. Trapanesi e non. Di chi non ha fatto più ritorno. O non è riuscito ad arrivare sognando un futuro migliore. Restando per sempre negli abissi marini…

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