Ars aedificandi – Il cantiere nel mondo classico

La mostra che mette in luce Selinunte e la bellezza di un tempo passato

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di Valeria Marrone

Nei giorni scorsi è stata inaugurata a Selinunte la mostra “ARS AEDIFICANDI. Il cantiere nel mondo classico”, diretta da Felice Crescente e promossa dalla Regione Siciliana, Assessorato dei Beni Culturali e dell’Identità Siciliana. La mostra ci introduce nel cuore del processo costruttivo degli antichi cantieri di un passato lontano in cui venivano estratti i materiali da costruzione per edificare i templi dorici di Selinunte. Uno studio intenso, in parte ricreato grazie alle descrizioni delle fonti antiche dei tantissimi viaggiatori che si sono soffermati ad ammirarne, nei tempi più remoti, le bellezze. Tra questi, non si può non menzionare Vitruvio, architetto e scrittore romano del I sec. a.C. La sua opera De Architectura è l’unico grande trattato, giunto ai nostri giorni pressoché integro. E’ lui a descrivere in modo semplice e diretto l’uso dei colori e le decorazioni nei templi greci che, oggi, appaiono ai nostri occhi spogli e monocromatici. Ma quali erano le tecniche di costruzione dei templi, quali le macchine impiegate per spostare gli enormi blocchi di pietra, quanti gli operai coinvolti e quanto a lungo durava una costruzione? E’ questo ciò a cui vuole rispondere la mostra, mettendo in luce la presenza di vere e proprie compagnie (meglio definite officine) di esperti costruttori, cavatori, scalpellini, decoratori che eseguivano le “commissioni” spostandosi da un luogo all’altro. Questa teoria, probabilmente, avvenne anche per i costruttori selinuntini. Se chiudiamo gli occhi possiamo, dunque, immaginare Selinunte come una vera e propria poleis formata da maestranze specializzate, che successivamente si spostarono verso Agrigento per innalzare i grandi santuari degli dei olimpici della città. Selinunte, in greco Selinùs, porta il suo nome dal sedano che tuttora vi cresce selvatico. La città, fondata nel 650 a.C., ebbe una vita breve (circa 240 anni) con una popolazione che arrivò a 100.000 abitanti.

Il percorso della mostra Ars aedificandi parte dalle Cave di Cusa, luogo in cui venivano estratti i materiali di calcarenite per la costruzione dei templi selinuntini. Le cave, per gli studiosi, sono un vero manuale dei sistemi di scavo. Qui, la brusca interruzione dei lavori di estrazione avvenne al sopraggiungere dell’esercito di Annibale. L’arrivo dei punici, fece sì che molti rocchi finiti, venissero abbandonati nei pressi dei templi in costruzione. Si è voluto, dunque, ricreare una scena simile ai secoli prima. Ed è così che accanto agli enormi blocchi del Tempio G, dedicato a Zeus, è stata posizionata la riproduzione, in scala 1:1, della “slitta” che serviva al trasporto dei blocchi, scivolava su rulli di legno e veniva trasportata dai buoi; vicino alla stessa, si può ammirare la Macchina di Chersifrone (usata per il trasporto dei rocchi più imponenti tramite rotolamento) ed, ancora, la Macchina di Metagene utilizzata invece per il trasporto degli architravi, rotolati e trainati da animali da soma dalla cava fino alla fabbrica. Tutte macchine che prendono i loro nomi dagli architetti che li inventarono intorno al VI sec. a.C. Ci voleva anche più di un decennio per erigere un tempio.

Ma come si costruivano i templi a Selinute? Una volta stabilito il progetto del tempio, veniva creato il piano di appoggio più profondo, perfettamente orizzontale ad emulazione del sistema egizio: qui, venivano scavati dei canaletti nella roccia e, se il lavoro era stato eseguito a regola d’arte, l’acqua doveva rimanere in equilibrio. Il colonnato era composto da blocchi cilindrici, detti rocchi, messe meticolosamente le une sulle altre e assembrate da perni. Sopra poggiava il capitello. Le scanalature, ancora ammirabili, venivano eseguite dopo la messa in opera della colonna. Il tempio era sempre dotato di copertura, solitamente di legno, materiale deperibile e, dunque, non più oggi presente. Il fregio e il cornicione erano ricche di decorazioni con i trìglifi blu, alternati alle mètope in rosso. Magnificienza e bellezza, tutto questo era Selinunte nel mondo classico ed è questo che la mostra Ars aedificandi vuole riportare alla luce.