Tempo di altarini

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Torniamo ad occuparci della festività in onore di San Giuseppe, oggi per occuparci degli altarini votivi allestiti da molte famiglie marettimare. In alcuni casi raccontano antiche storie di devozione che ci portano indietro agli orrori della seconda guerra mondiale.

È una tradizione molto antica ma che ancora oggi resiste. Soprattutto nelle piccole comunità dove ancora viene molto sentita la devozione a San Giuseppe, come nelle Egadi, dove in questi giorni in molte abitazioni si possono ammirare gli altarini. Alcuni dei quali davvero molto grandi e curati nei minimi dettagli, come quello realizzato a Marettimo da Irene D’Angelo.

Restando a Marettimo anche gli studenti della scuola dell’isola si sono cimentati nella realizzazione di un altarino all’interno dell’istituto “Antonino Rallo” con il coordinamento delle loro insegnanti.

Ma uno degli altarini più rinomati dell’isola, anche per la storia che custodisce che ci porta indietro nel 1943, è quello fatto nella casa di Giuseppe Bevilacqua, qui chiamato Peppe di Pippineddra. L’anziano, tra i più longevi dell’isola, scampato durante la seconda guerra mondiale alla ferocia dei tedeschi in Grecia e poi deportato in Germania, riuscì dopo varie peripezie a tornare nella sua Marettimo. Portando avanti la devozione della madre per San Giuseppe, con l’altarino che ancora oggi viene fanno nella sua abitazione, tradizione portata avanti oggi dalla nipote. Lui, che lo scorso gennaio è stato insignito dal prefetto Darco Pellos della medaglia d’onore ai cittadini italiani deportati e internati nei lager nazisti, da quarant’anni bussa nel portone della chiesa di Marettimo durante il rito delle Alloggiate fatto nella mattina del 19 marzo durante la festa di San Giuseppe. Alla fine gridando quel “Gesù, Maria e Giuseppe” salutato dallo scampanio e dall’applauso dei fedeli.

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