“Espresso Trapani”, il Comune ricorda le vittime del naufragio

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di Mario Torrente

Il ricordo non muore. Ci sono voluti molti anni. Ma alla fine in città ci sarà una strada intitolata alle vittime dell’Espresso Trapani, il traghetto che affondò a poche miglia dal porto di Trapani il 29 aprile del 1990. Tra pochi giorni saranno trent’anni da quella terribile sciagura, che allora scosse un’intera comunità. E proprio in occasione dell’anniversario del naufragio l’amministrazione comunale guidata dal sindaco Giacomo Tranchida, accogliendo la richiesta dei parenti delle vittime, ha deciso di dedicare una via del centro storico in memoria dei tredici morti di quella tragedia del mare. La strada individuata dall’esecutivo di Palazzo D’Alì si trova tra Torre di Ligny ed il porto peschereccio, nei pressi della via Carolina, in un punto del centro storico della città che si affaccia nel tratto di mare, a circa quattro miglia di distanza dalla costa, poco dopo scoglio dei Porcelli, dove affondò il traghetto della Conatir, la grande nave, lunga 112 metri e larga 18,  che faceva da spola tra Trapani e Livorno carica di camion. E di vite.

Quel naufragio fu la più grave tragedia del mare che si sia consumata davanti le coste trapanesi negli ultimi 50 anni. Ma facendo qualche ricerca su internet, l’Espresso Trapani compare tra le peggiori sciagure marittime  tristemente passate alla storia. Un lungo elenco di affondamenti, naufragi e morti dove ci sono navi come il Tinanic, l’Andrea Doria, il Moby Pince e di recente anche la Costa Concordia. Tant’è che l’affondamento dell’Espresso Trapani ebbe anche un forte eco in tutto il paese. Ne parlarono per giorni anche i tg nazionali.

Cosa successe a bordo di quel traghetto ancora oggi per molti aspetti resta un mistero. La nave, tra l’altro con pochi anni di vita e piuttosto robusta, venne risucchiata dal mare in pochi minuti dopo una virata a sinistra per allinearsi con l’imboccatura del porto di Trapani. Quindi praticamente quasi arrivata a destinazione.  Ma in quella prima accostata qualcosa andò storto. La nave sbandò sul lato destro, per poi capovolgersi e affondare. L’Espresso Trapani sparì nel giro di quindici minuti. In una domenica di bel tempo e col mare piatto come l’olio. La tragedia si consumò ad un tiro di schioppo dalla città. Dove in quelle ore c’era aria di festa.

A Trapani il pomeriggio del 29 aprile 1990 se lo ricordano ancora tutti. Era una domenica col mare calmissimo. Ed in città si festeggiava Santu Patri, patrono delle gente di mare. La processione con l’imponente immagine di San Francesco di Paola, come tradizione, stava percorrendo le vie della città quando arrivò la notizia della terribile disgrazia. Il corteo religioso rientrò di gran fretta. E tutti i pescatori uscirono in mare con le loro barche per andare a salvare i naufraghi e cercare i dispersi.

Il may-day dall’Espresso venne lanciato poco prima delle 17. Quindici minuti dopo del grande traghetto grigio non c’era più traccia. Il primo mezzo ad arrivare nel punto del disastro per prestare soccorso e recuperare i naufraghi fu l’aliscafo Botticelli. Poi a seguire molte altre unità navali. I soccorsi furono tempestivi. E questo permise di salvare molte vite. A bordo c’erano 52 persone: 39 vennero tratte in salvo. Le vittime furono in tutto 13, ma vennero recuperati solo 6 cadaveri. Gli altri sette corpi non vennero mai restituiti dal mare. Tra loro il comandante Leonardo Bertolino, alla sua ultima traversata prima di andare in pensione, ed i direttore di macchina Gaspare Conticello. I più alti ufficiali in grado dell’Espresso Trapani affondarono con la nave. Probabilmente rimasero intrappolati nel relitto.

Potrebbero avere avuto la stessa sorte gli altri cinque uomini mai trovati, anche dopo le ricerche fatte con le telecamere di un mini-sottomarino della Marina Militare nei giorni successivi al naufragio: Ignazio Mauro, Claudio Merlino, Giovanni Maranzano, Antonino e Salvatore Mirabile. I corpi dei sette dispersi non vennero individuati nemmeno con l’immersione dei sommozzatori della Marina Militare. Il grande traghetto grigio, adagiato nel fondale a poco più di cento metri di profondità dal mare, potrebbe così essere diventata la loro tomba.

La nave è colata a picco a circa quattro miglia dal porto, poco dopo lo scoglio dei Porcelli. Praticamente il traghetto della Conatir era quasi arrivato a Trapani. A breve ci sarebbero state le operazioni di manovra per l’ormeggio in banchina. Poi lo sbarco dei camion e dei 34 passeggeri. I componenti dell’equipaggio erano invece 18. A bordo dell’Espresso Trapani c’era anche la moglie del comandante Bertolino, Rosa Adragna, che stava accompagnando il marito ormai in procinto di ultimare la sua carriera da marittimo andando in pensione. Anche lei tra le vittime. Ma il suo corpo venne recuperato assieme a quelli di Francesco Gianquinto, Giuseppe Fonte, Filippo Randazzo, Michele Caruso e Francesco Lombardo. Portati a terra ormai senza vita, per loro c’è stato un funerale ed una regolare sepoltura. Gli altri sette sono invece  rimasti per sempre in mare. Ed i loro cari non hanno avuto nemmeno una tomba dove poter piangere e portare un fiore.

In tutto tredici vite spezzate. E la disperazione per tante famiglie. Mogli rimaste senza mariti. Figli e figlie che non hanno più rivisto il padre. La madre. Un fratello. Uno zio. Un parente. Un amico. Un collega di lavoro. Un dramma che ha segnato la comunità trapanese, con la sua gente di mare, nel giorno in cui in città si festeggiava San Francesco di Paola. Il Santu Patre protettore di chi va per mare. Marittimi e pescatori. Come potersi scordare una coincidenza del genere: una grande nave colata a picco portandosi con sé tante vite mentre il patrono dei naviganti è in processione nel suo giorno di festa. Ma quella era anche la domenica della promozione della Pallacanestro Trapani in serie A. Con tante persone al palazzetto dello sport per quella partita che avrebbe segnato un momento di festa e gioia per tutti i tifosi. Ma così non è stato. La notizia del naufragio dell’Espresso segnò tutti. Quella domenica di fine aprile diventò giornata di lutto. Quando in una città di mare affonda una nave, per di più con il porto già in vista, il dolore appartiene all’intera comunità.

Ma nonostante la ferita lasciata, ed il ricordo di quella sciagura sempre vivo nelle menti dei trapanesi, negli anni, in occasione dell’anniversario del naufragio non sono state organizzate cerimonie pubbliche in ricordo di chi perse la vita su quella nave. Solo non nei mesi successivi alla tragedia. Poco dopo il disastro i parenti delle vittime furono portati sul punto del naufragio con un grande rimorchiatore. Per il trigesimo dell’affondamento gli studenti del Nautico recitarono la preghiera del marinaio nelle acque del porto di Trapani, lanciando una corona di fiori in mare. Ed il giorno di Ogni Santi del 1990 la Capitaneria di Porto organizzò una commemorazione. I parenti delle vittime tornarono così nel punto del naufragio a bordo del grande rimorchiatore della Somat scordata, in un lungo corteo, da tantissimi pescherecci. A bordo, oltre ai rappresentanti delle istituzioni e diverse autorità, anche l’allora ministro della Marina mercantile Carlo Vizzini, che subito dopo la tragedia si era precipitato a Trapani, istituendo una commissione d’inchiesta per far luce sull’accaduto. Il momento di preghiera in mare fu tenuto da padre Adragna, le cui parole sono rimaste imprese nella memora: “I trapanesi hanno due cimiteri: uno sulla terraferma, l’altro in mare, dove ci sono più morti che nel cimitero in terra“. Già…

Dopo quella toccante cerimonia nel novembre 1990, con il lancio delle corone di fiori in mare, non ci fu nient’altro. Nemmeno un simbolo in memoria un ricordo di quei morti, come una targa o una strada intitolata. Solo a Napola una strada è stata intitolata dall’amministrazione comunale di Erice a Giuseppe Fonte. Ma non a Trapani, che in quella sciagura perse tanti suoi figli ad un tiro di schioppo dalle sue coste.

La data del 29 aprile del 1990, che ha segnato anche un momento traumatico per l’imprenditoria locale visto che su quella nave, sempre carica di mezzi e merci, viaggiava una bella fetta di economia trapanese, pian piano è dunque finita nel dimenticatoio. Nonostante la gravità del dramma vissuto quel giorno dall’intera comunità. Fu un dolore condiviso da tutti con le lacrime e la disperazione dei parenti che entrarono nelle case dei trapanesi trasmessi dai tg locali. Ma alla catena della solidarietà non seguì l’esercizio della memoria, che è sempre una buona pratica per portare avanti i valori dell’umanità e del rispetto. Per tutti, a partire chi muore in mare. In un città di mare. Proiettava verso il mare. Il cui destino è da sempre legato al mare. E dove riposano tante vite strappate ai loro cari. Che meritano di essere ricordate. Tutti, senza alcuna differenza. E forse sarebbe ora di iniziare a scrivere i nomi e raccontare le storie di chi non è più tornato a casa.

Solo nel settembre del 2006 il sommozzatore Patrizio Selvaggio organizzò una spedizione subacquea nel relitto dell’Espresso Trapani collocando una lapide commemorativa con i nomi di tutte e tredici le vittime. Questa è stata praticamente l’unica  iniziativa, promossa autonomamente da un privato senza alcun sostegno da parte delle istituzioni, in questi ultimi decenni. Per il resto, in città, nulla. Se non qualche messa in suffragio il 29 di aprile.

È stato così fino all’anno scorso quando, in occasione del 29esimo anniversario dall’affondamento,  nel piazzale del Lazzaretto si è tenuta una cerimonia spontanea promossa dal consigliere comunale Giuseppe Virzì, che a suo tempo propose ufficialmente, durate una seduta dell’assemblea di Palazzo Cavarretta, di realizzare un monumento nello slargo antistante la Lega Navale da intitolare alle vittime dell’Espresso Trapani. Durante quella commemorazione, organizzata anche con il sostegno del maestro Claudio Maltese, dopo anni di silenzio, vennero così letti ad alta voce i nomi delle vittime, con un momento di preghiera con padre Adragna che ha anche ricordato quei terribili giorni del 1990. Con le note del silenzio ci fu poi il lancio dei fiori in mare da parte dei partenti delle vittime. È stato un primo momento che ha rotto anni in cui i parenti delle vittime si sono sentiti ancora più soli. A volte un piccolo segnale può alleviare un dolore che si porterà dentro per tutta la vita.

Quest’anno, però, c’è stato un punto di svolta. A poco meno 12 mesi dalla commemorazione fatta al Lazzaretto per i 29 anni dall’affondamento, è arrivato il decreto del sindaco Giacomo Tranchida per l’intitolazione di una strada trapanese in memoria di quei morti.  Il provvedimento dell’amministrazione comunale è stato firmato ai primi di aprile. A questo punto si resta in attesa del decreto prefettizio. L’iter, al momento, è ancora i corso.

L’esecutivo di Palazzo D’Alì puntava a mettere la targa di ititolazione nella strada entro il entro 29 aprile di quest’anno, tenendo una cerimonia di in occasione del trentennale dell’affondamento dell’Espresso Trapani. Ma l’emergenza coronavirus ha fatto saltare tutto. I divieti per l’epidemia non consentono infatti di tenere commemorazioni ed eventi pubblici di ogni genere e tipo. Quindi non ci potrà essere nessuna iniziativa, della cui organizzazione si stata occupando il consigliere Giuseppe Virzi, che in questi mesi ha fatto da trade-union tra i parenti delle vittime ed il Comune, facendoosi anche promotore di un incontro con il sindaco Giacomo Tranchida e l’assessore Giuseppe Pellegrino. Nei mesi scorsi si era parlato anche di realizzare un monumento in memoria di tutti i morti in mare, che nelle intenzioni del primo cittadino dovrebbe sorgere nei pressi del porto peschereccio. Ma al momento è tutto fermo per l’emergenza da covid 19.

Ma a prescindere dalla cerimonia, in città ci sarà dunque una strada che ricorderà chi, quel maledetto 29 aprile del 1990, perse la vita nel mare antistante Trapani. Permettendo, a chi non ha un tomba dove piangere i propri cari, di avere almeno un angolo della città dove portare un fiore. Guardare il mare. E lanciare un pensiero a chi, dal mare, non ha fatto più ritorno a casa.