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Rione San Giuliano, lo spaccio affare di famiglia

ERICE. Lo spaccio, nel rione San Giuliano, nel territorio di Erice Casa Santa, da sempre “roccaforte della droga”, era un affare di famiglia.
A gestirlo, infatti, secondo le risultanze investigative, erano due coniugi che avrebbero impiegando anche il figlio, all’epoca dei fatti minorenne, nel confezionamento e nello smercio della sostanza stupefacente. Tutti e tre sono stati arrestati, assieme ad altre sette persone, nel blitz portato a compimento dagli agenti della Squadra mobile di Trapani, coordinati dalla Dda di Palermo. Ai “domiciliari” anche altre due donne, custodi delle partite di stupefacente. La mente del gruppo era il capo-famiglia, un trapanese di 40 anni, con precedenti specifici, che con l’ausilio dei congiunti avrebbe adibito a luoghi di spaccio due abitazioni e un garage di via Ciullo D’Alcamo. Immobili trasformati in un vero e proprio fortino con porte e finestre blindate, protette da sbarre di ferro, presidiate 24 ore su 24 da una rete di “sentinelle”. Sui muri perimetrali, telecamere per controllare l’identità degli acquirenti e scongiurare che gli agenti si potessero “spacciare” per compratori, mandando all’aria il business. “Azienda Droga”, a conduzione familiare con introiti da capogiro: 2.000 euro al giorno. “Oh di fumo hai fatto 820 euro – dice un pusher parlando con un complice e ignorando di essere intercettato – e di cocco basato (cocaina, ndr) 710 euro”. E l’ “Azienda” voleva anche aumentare il volume di affari: “Tu devi vedere all’anno nuovo cosa mi arriva – sosteneva un fornitore, alludendo ad un grosso quantitativo di stupefacente – Poi ti vengo a portare il fumo con il cavallo”. Nel frattempo, il gruppo già deteneva il monopolio della vendita di cocaina, crack e marijuana, vantandosi di avere stupefacente di qualità: “Il migliore basato noi lo abbiamo…neanche a Manchester”. E il viavai di assuntori avveniva di giorno e di notte. Gli acquirenti si comportavano come se fossero al supermercato: “Allora mi dai trenta di fumo e dieci di basato”. Con loro i pusher avevano un rapporto confidenziale. “Metti sempre i guanti – diceva uno di loro ad un complice incaricato di confezionare la droga – perchè io ci tengo ai miei clienti, ai miei picciotti”. Un rapporto talmente confidenziale che uno dei maggiori acquirenti ha chiesto anche lo sconto: “Io vengo qui, ogni due giorni”. Il capo banda, oltre a delineare il “modus operandi”, indicava ai complici anche gli accorgimenti da adottare qualora, negli immobili, fossero arrivati i poliziotti. “Nel caso vedi gli sbirri le dosi le prendi e le inghiotti. Altrimenti sai cosa fai? Te le metti in mano vai in bagno e le butti”.
Nemmeno i precedenti blitz avrebbero fatto desistere il sodalizio. Anzi, i componenti hanno affinato le tecniche di vendita, affidando la custodia dello stupefacente alle tre donne, facendo leva sulla circostanza che erano insospettabili, e lasciando nei luoghi dello spaccio il solo quantitativo destinato alle cessioni giornaliere. Nel dicembre del 2020, però, le tre pusher in gonnella vennero arrestate dalla Squadra Mobile di Trapani, perché trovate in possesso di 366 grammi di cocaina. E l’arresto aveva gettato nel panico i componenti della banda: “Qui rischiamo sette anni di galera”. Il capo del sodalizio si disperava, invece, per aver perso “trecento grammi di cocco”. Un altro pusher ammetteva che aveva affidato una partita di hashish alle indagate: “Il grosso, però, due chili lo avevo prelevato, lì avevo solo una palla”. L’attività di spaccio, però, non si è interrotta. E’ andata avanti. Fino al blitz della Squadra mobile. (Lu.Tod)

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