Villino Nasi e l’ottusità burocratica

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Premessa: non apprezzo particolarmente la musica ad alto volume ed i luoghi con eccessiva aggregazione. Dunque, una serata come quella che avevano messo su i gestori della Casa del Custode nello spazio antistante il Villino Nasi è quanto di più lontano mi piaccia. Insomma, non ho più l’età. Ciò detto, resto ancora una volta assai perplesso, per usare un eufemismo…, sull’intransigenza degli enti preposti alla tutela paesaggistica alle nostre latitudini. Lo scorso anno toccò alla pedana di un ristoratore sul lungomare Dante Alighieri, ancora vergognosamente sotto sequestro cautelativo in attesa di pronunciamenti su ricorsi gerarchici per disposizioni di dubbia legittimità da parte dell’Autorità DemaSopraGeniale di turno. I social allora dettero il via a quella massa critica che indusse la macchina burocratica – probabilmente anche con non troppo dispiacere da parte di qualcuno…-  a bloccare tutto; ricordo ancora quei commenti: il livello medio della capacità intellettiva era il dispiacere “che su quelle rocce io mi ci guardavo il tramonto”. Poco conta che si abbia una costa sterminata dove poterselo godere o che andassero in fumo decine di posti lavori oltre che un servizio al passo coi tempi nel settore turistico. No, l’importante era guardarsi proprio lì il tramonto e bloccare “quello scempio”. Quest’anno, invece, protagonista è stato Villino Nasi. Sul banco degli imputati, stavolta, i gestori della struttura che si sono aggiudicati l’avviso pubblico dell’ex Provincia. Avrebbero organizzato delle serate musicali, probabilmente simulando una specie di discoteca, una volta a settimana mi pare d’aver capito. Una cosa che viene fatta regolarmente, da anni, anche peggio per quantità di gente e volume sonoro, sui lidi di San Giuliano e Marausa. Qui, però, lo sdegno si è incentrato sull’aspetto culturale del luogo che verrebbe dissacrato dall’iniziativa. Così il commissario Cerami ha prontamente richiesto alla Soprintendenza di emettere un provvedimento censorio. Ca va sans dire, prontamente arrivato. La morale pubblica può tirare un respiro di sollievo. Cosa sono ste orde barbariche di 300/400 persone, giovani ma anche meno giovani, che calpestano per qualche ora – ovviamente sotto la responsabilità anche economica dei gestori per eventuali vandalismi e col ripristino dei luoghi l’indomani mattina…- una decina di sere d’estate “un luogo sacro” che notoriamente è preso d’assalto da chilometriche file di cittadini e turisti per non perdersi le preziose reliquie dell’ex Ministro trapanese, ogni giorno. Mi sfugge, tuttavia, come mai, altrove, possa essere possibile che un posticino da niente come il Circo Massimo a Roma sia messo a disposizione, qualche settimana fa come tante altre volte in passato, ad una macchina organizzativa che gli ha portato oltre 140 mila persone per il concerto di Vasco Rossi. Oppure le 200 mila persone ammassate fra piazza San Marco, Palazzo Ducale ed i calli della laguna in occasione della Festa del Redentore nel concerto dei Pink Floyd, oltre 30 anni fa a Venezia. Forse forse dei beni culturali leggermente più sensibili e prestigiosi del Villino Nasi. Ma probabilmente mi sbaglio. Hanno sicuramente ragione i benpensanti de noartri. Superfluo, invece, stilare un elenco, in Italia e nel mondo, di strutture come la pedana del lungomare. Sarebbe infinito. Però ai privati deve essere chiesto di tutto di più; a volte anche più di ciò che è dovuto – per ovviare alle mancanze pubbliche per eventuali promiscuità di fruizione – negli affidamenti previsti. Se poi si organizza una iniziativa, tutto sommato innocua che forse può anche esser utile ai più giovani per la conoscenza di quei luoghi altrimenti sconosciuti, si grida allo scandalo. Superfluo sottolineare che a farlo sono quasi sempre “piccole persone” che non hanno neanche lontanamente idea di ciò che voglia dire fare impresa oggi e che vivono spesso nell’invidia di chi prova a fare. Sui burocrati non è neanche il caso di spendere una parola; a loro, ogni fine mese, ci cala paro paro. Per questi metterei una semplicissima norma: obbligarli per 5 anni a gestire una qualsiasi attività commerciale. Sono convinto che il loro approccio nelle decisioni, una volta sperimentata sulle proprie tasche questa parentesi di vita, sarebbe assai diverso.  


Massimo Marino

Presidente di Telesud