Volge al termine il processo a carico dell’azienda pacecota citata per “contraffazione di marchio” dal proprietario della Cantina Siciliana, Pino Maggiore, assieme alla distributrice inglese Direct Wines.

Una vicenda raccontata da Telesud che resta surreale, a prescindere dalle responsabilità civili e penali che Pino Maggiore, proprietario dello storico locale trapanese Cantina Siciliana, ha chiamato a rispondere la Firriato e la Direct Wines, società inglese che collaborava con l’azienda pacecota per la distribuzione di vini oltremanica. I fatti: nel gennaio del 2017 lo chef veniva a conoscenza da una collaboratrice della Firriato “che a breve sarebbero state pronte le bottiglie del “suo” vino”. Una produzione di Perricone-Syrah con tanto di logo del locale e scritta “Presentato da Pino Maggiore e Peppe Pellegrino” ed una storia tanto ingannevole quanto falsa sul retro. Davanti all’incredulità dello chef, completamente all’oscuro dell’iniziativa, la collaboratrice chiamava l’enologo dell’azienda pacecota che l’indomani si presentava alla Cantina Siciliana “con 6 bottiglie, come se nulla fosse, come gentile omaggio”. Da qui, una lunga serie di contatti e tentativi chiarificatori che tuttavia non trovavano sintesi portando Maggiore a delle richieste d’urgenza al Tribunale di Catania, sezione specializzata in materia d’impresa che in un primo momento si pronunciava assai duramente contro la Firriato e la Direct Wines, con tutta una serie di obblighi ed imposizioni cautelari, per poi affievolire parzialmente l’ordinanza in sede di reclamo. Dunque, lo chef citava in giudizio le aziende per oltre 150 mila euro in solido. Alcune udienze nei mesi scorsi e si arriva a quella dello scorso 6 maggio, sempre presso il Tribunale etneo, dove venivano assunte le prove orali chieste dalle due resistenti con i testi Luca Muscente, responsabile del settore estero della Firriato che confermava l’estraneità di Maggiore all’accordo sulla produzione, imbottigliamento e commercializzazione della bottiglia, e Davy Zyw, ormai ex dipendente della Direct wines che dichiarava, invece, di non aver mai ricevuto risposta dallo chef, e dunque implicitamente il consenso, all’email in cui rappresentava l’idea di creare un vino in collaborazione con il proprietario della Cantina Siciliana, affermando, infine, il coinvolgimento dell’azienda pacecota nell’ideazione e creazione dell’etichetta del prodotto da immettere nel mercato inglese. All’esito dell’udienza il Giudice, Giorgio Marino, si è riservato sulle ulteriori richieste istruttorie della parte ricorrente. Infatti, i legali dell’oste trapanese hanno chiesto l’ammissione di una consulenza tecnica d’ufficio per il calcolo dei danni subiti; richiesta che potrebbe non essere accolta e rinviare il tutto direttamente per la decisione. La denuncia presentata da Maggiore ai Carabinieri per gli eventuali risvolti penali della vicenda, invece, è ancora pendente presso la Procura di Trapani che ha nel frattempo archiviato la posizione di Irene Di Gaetano, rappresentante legale dell’Azienda, probabilmente entrata d’ufficio nel procedimento visto che lo chef non l’aveva citata nella denuncia profilando le eventuali posizioni delittuose del padre Salvatore Di Gaetano, a suo tempo azionista al 98% della Firriato che avrebbe ammesso nel corso di una conversazione col Maggiore “abbiamo fatto una bestialità”, Davy Zyw della Direct Wines ed infine di Peppe Pellegrino e Luca Muscente, rispettivamente enologo e responsabile estero dell’azienda vinicola. I reati ipotizzati sono di frode nell’esercizio del commercio e contraffazione di marchio. Insomma, una vicenda che resta surreale, da qualunque lato si guardi, per la leggerezza con cui i protagonisti, gli uomini della Firriato in particolare vista la vicinanza fisica con la Cantina Siciliana e la conoscenza diretta col Maggiore, e la Direct Wines l’hanno affrontata.